Lo scrigno e lo specchio
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NON FERITE I BAMBINI!

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Emilietto era figlio di un camionista: si appassionò ai motori fin da piccolo e, quando il papà glielo permetteva, lo seguiva ovunque.

Quel giorno d’inverno, il padre e lo zio andarono a casa di un loro dipendente, per parlare d’affari e naturalmente il bambino li seguì.

Faceva freddo in cortile, ma i tre uomini parlavano tranquillamente e le donne, che erano dentro casa, chiamarono Emilietto:” Vieni in casa piccino, a scaldarti, vicino al focolare!”

Emilietto entrò volentieri, perchè aveva manine e piedi gelati.

Adesso urge fare una breve premessa: il bambino aveva le orecchie un poco a sventola, come hanno tanti bimbi, ma niente di ecclatante: rendevano il suo visetto ancora più simpatico.

Mentre Emilietto stava giocando, con dei legnetti accanto al camino, sentì che la donna più giovane, diceva piano, alla più anziana:” Varda che du urcion g’ha cal fieu lì!” (” Guarda che due orecchiacce ha questo bimbo!”)

Emilietto, che appariva distratto, udì chiaramente la frase poco simpatica di quella donna maleducata e imprudente.

Gli vennero gli occhietti lucidi, voleva scappare da quella cucina, che ora sentiva molto più fredda del cortile.

Non arrivava però alla maniglia dell’uscio.

Appena una delle due donne aprì la porta, Emilietto sgattaiolò furi, come un gatto.

” Vieni, bambino, non prender freddo!”

Lui non si girò più, verso quella donna indiscreta e quando potè raccontò tutto al papà e allo zio, che gli dissero:”Non sono certo due orecchie grosse o piccole, che faranno di te un vero uomo!”

Il bimbo, sentendosi protetto da quell’amore, dimenticò l’offesa e non ci pensò più.

Ma ricordiamoci che i bimbi sono molto più sensibili di quanto si possa immaginare!

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FATA MARIANNA

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Io credo che lei sia una fata.

Indossa sempre abiti lunghi e ampi, particolarissimi.

I suoi capelli arrivano a metà schiena e sono sempre un po’ spettinati.

Non si cura molto dell’aspetto fisico, ma molto di più dei rapporti umani.

Il suo sorriso, che le illumina gli occhi, è per tutti, il suo abbraccio per gli amici più cari.

Se la guardi, sembra cammini a qualche centimetro da terra, con lo sguardo un po’ perso fra le nuvole.

Vede le cose belle, si incanta davanti a un tramonto, di fronte al colore di un fiore, sorride al bimbo che fa le bolle di sapone…

Credo che, se avesse una bacchetta dorata, riuscirebbe a regalarci magie.

” Marianna, penso davvero tu sia una fatina, uscita, chissà perchè dal bosco o dalla torre di un maniero ed ora vivi fra noi, con un pizzico di polvere magica, con un po’ di fantasia e con qualche formula fatata”.

Mi ha regalato un suo abito, coloratissimo, pieno di ricami.

Chissà se quando lo indosserò sentirò il profumo del bosco e dei mirtilli?

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USI E COSTUMI

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Ci sono delle innovazioni, negli usi e nei costumi, difficili da accettare.

Se io vedo i miei scolari, ormai di venti o venticinque anni, con i jeans a vita bassa, che scendono, scendono, lungo i fianchi…non riesco ad accettarli. Non dico nulla ma resto perplessa.

Non risco a farmi piacere quei grandi tatuaggi, che magari colorano un intero braccio…

E la signora Carolina, donna signorile, educata, immersa nelle sue tradizioni ed attaccata alle sue radici, non riusciva ad accettare i cambiamenti epocali..

Lei, che indossava abitini confezionati dalla migliore sartoria di Stradella, lei che amava l’eleganza al femminile, no, non riusciva a digerire il cambiamento nel modo di vestire. Erano gli anni 60.

Quando la bella figlia di un’amica, le si presentò dinnanzi, con un completo pantaloni, lei rabbrividì. Non lo diede a vedere , perchè era educata e riservata.

” Signora Carolina, le piacciono i miei pantaloni?”

” Sì, cara, stai molto bene…” Ma non riuscì a non aggiungere:” Ti avrei preferita però, con un bell’abitino di percalle!”

Ma i cambiamenti fanno parte delle nostre vite e dovremo sempre abituarci al mondo che cambia….velocemente, troppo velocemente.

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DUE POVERI LADRI

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Peppone e Peppino erano due amici inseparabili.

Lo stesso loro nome ne identificava le corporature: Peppone era altissimo, robusto e forte, mentre Peppino era mingherlino, agile e svelto.

Vissero anni in cui si faceva davvero la fame e Peppone e Peppino erano poveri in canna, con sulle spalle due famiglie da mantenere.

Si sa che il bisogno aguzza l’ingegno, così decisero, a fin di bene, di procurarsi da mangiare, anche se non proprio onestamente.

Peppone si legò sulle spalle una brenta e dentro vi si nascose abilmente Peppino.

A quei tempi  le ASL, i NAS… non esistevano e i bottegai potevano esporre alcune leccornie, appese ad uncini , davanti ai loro negozi. Quindi, quando si passava dinnanzi al salumiere, si potevano vedere esposti salsicce, salami, coppe, roba buona!

Peppone girava per le vie del centro della cittadina, con la sua brenta, in cui stava quieto quieto Peppino e al “Via!” dell’amico, il piccoletto si alzava un pochetto e zac…tagliava velocemente lo spago di qualche salamino, di qualche salame…insomma di ciò che gli capitava a tiro…In quel modo si facevano un po’ di scorta di viveri, insomma, si procuravano da mangiare.

Devo dire, che nel loro misfatto erano anche onesti, perchè cercavano di rubare, non ad uno solo, ma a tutti, in piccole quantità.

In questo modo riuscirono a soparavvivere in quegli anni di fame nera, con questo redditizio espediente.

Le loro differenti strutture fisiche furono quindi un aiuto, per non soffrire troppo la fame.

Peppone e Peppino non ci sono più…e non esiste più nemmeno la brenta!

I tempi cambiano, in continuazione….

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BENUNZIO IL FALEGNAME

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Vorrei raccontarvi qualcosa di lui.

E’ il falegname per antonomasia. Porta uno strano nome: Benunzio.

Quando nacque, il Podestà del Paese, invitò, con toni persuasivi, mamma Rosa e papà Ezio, a chiamare il figlio Benito. Loro…non erano troppo d’accordo, altra era la loro fede…Così arrivarono ad un compromesso: lo chiamarono con le prime lettere del nome Benito e con le ultime ricordarono il grande vate D’Annunzio. In questo modo tutti furono accontentati, anche se i genitori di Benunzio, al fonte battesimale gli diedero il nome di Angelo.

Ora è in pensione, ma fa ancora piccoli lavoretti, piccoli restauri, senza scopo di lucro.

Io ricordo la sua bottega. Era sempre aperta a tutti, non solo a chi doveva commissionargli un lavoro, ma anche agli amici, che avevano voglia di farsi quattro chiacchiere o di organizzare una merenda in compagnia.

In un attimo il tavolo da lavoro si trasformava in tavola da pranzo. Su, andiamo, un po’ di polvere non ha mai fatto male a nessuno!

Amava e ama il legno, lo accarezzava, perchè diceva che è cosa viva. Le sue mani sono magiche: creava credenze, porte, scaffali, scale, armadi….Nella mia casa c’è una scala in noce, fatta da lui…E’ vero, ha i tarli, in alcuni punti le assi si allontanano: questa è la bellezza e la vita del legno.

Tu non dovevi però mettergli fretta: lui ti faceva attendere, attendere e attendere ancora…Ma quando l’opera era finita, aveva un’anima particolare, un tocco creativo e unico.

La sua bottega era piena di trucioli, che profumavano di resina, di bosco…

Ma…Lui aveva un piccolo segreto: le sue formule magiche. Un giorno lo sentii mormorare piano piano alle assi che stava lavorando:” Legno mio, modellati adesso, sono io, Mastro Geppetto. Ti segno subito con un gessetto e con un po’ di fantasia, fatti credenza e credenza sia!”

Benunzio aveva un aiutante: Bernini, che portava due occhiali spessissimi, sempre imbrattati di colla e di segatura, ma sapeva restaurare mobili antichi con maestria. Come ci riuscisse non lo capirò mai!

Adesso che Benunzio è in pensione, parla meno con il legno, ma si dedica con amore ai suoi animali. Ha un bellissimo cane di nome Transito, che abbaia in tutte le lingue del mondo, ha la gatta Lola, affettuosa e simpatica, ha mamma oca e le ochette, mamma anitra e gli anatroccoli e …la temibile biscia Angelina. Sembra cattiva, perchè è lunga e nera, ma in realtà è pacifica e si fa vedere ogni tanto per salutare Benunzio. Poi si arrotola beata al sole e sembra una grossa salsiccia.

Benunzio cura anche i suoi strani fiori, coloratissimi.

A volte è un po’ polemico, ma il suo cuore è buono.

Ama cucinare, per gli amici e anche ai fornelli pronuncia formule fatate: ” Io sono un cuoco eccezionale: cucino risotti, paste e frittelle, aggiungo un po’ di sale, che non fa male, metto un pizzico di polvere di stelle ed ecco a voi pietanze belle! “

Geppetto, cuoco, giardiniere, tienici compagnia per tanto, tanto tempo…tu saprai farci divertire e un po’ di gioia ci farai sentire.

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CECE DAL DENTISTA

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Cece aveva quattordici anni ed era a casa di nonna Tita.

” Nonna, ho tanto male a un dente! ”

” Cece, apri la bocca, che voglio vedere “.

La nonna, da donna esperta qual era, subito intuì che sarebbe certamente stata necessaria un’estrazione.

” Domani andiamo dal dottore e ti darà qualche medicina contro il dolore “.

Il medico del Paese, cinquant’anni fa sapeva fare di tutto: piccoli interventi, medicazioni e all’occorrenza toglieva anche i denti.

L’ambulatorio aveva una squallida sala d’aspetto: due panche e due sedie di ferro smaltato di un bianco sporco. Non un colore, non un quadretto, solo l’anticamera della paura.

Quando Cece entrò con la nonna nell’ambulatorio vero e proprio, si trovò di fronte il medico: un uomo alto e robusto, che divenne subito il suo spauracchio, anche perchè indossava un grembiulone bianco, tutto macchiato di spruzzi non ben definiti.

Gli guardò in bocca e disse che il dente si doveva per forza togliere!

Cesare tremava dalla fifa, ma ormai era lì e non voleva dare in pasto a quell’omaccione, la sua paura!

Il medico prese una scatoletta di latta, vi mise all’interno una siringa di vetro, con un ago sicuramente spuntato, perchè usato ormai diverse volte. Mise il tutto in un pentolino pieno d’acqua, lo depose sopra un fornellino e quando l’acqua incominciò a bollire, tolse la siringa.

Fece sedere Cece, sempre più terrorizzato, su una poltrona nera come la notte buia e gli fece aprire la bocca.

Già con la puntura dell’ago, sentì un gran male e le sue lacrime scesero silenziose.

Il dottore si sedette tranquillo, si accese una nazionale con filtro e disse:” Tranquillo, finita la sigaretta, l’anestesia farà effetto “.

A Cesare pareva che quella sigaretta non dovesse mai finire…

Poi fu tutto un rumore metallico di ferri, ferretti e, ad un certo punto, il dottorone saltò a cavalcioni sulle ginocchia di Cece, gli mise una mano in fronte e mentre con l’altra brandiva la pinza, gli intimò : “Apri la bocca, uomo! Vedrai che in un attimo tutto sarà finito! ”

Sono passati cinquant’anni, ma quell’attimo, Cesare se lo ricorda ancora, perchè fu davvero interminabile!

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UN ALBERO DI CASTAGNO

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L’albero, come ogni altro essere vivente, fa parte della natura.

Prova ad abbracciare una pianta: ti trasmette una sensazione di sicurezza, di cambiamento, in rapporto allo scorrere inesorabile delle stagioni, in rapporto al vento, alla pioggia, al caldo sole, ma soprattutto emana odore di vita.

Nell’immediato dopoguerra, neglia anni ’50, quando tanta gente era assai povera, viveva, sulle montagne a noi vicine, una famiglia, composta da padre, madre e ben sei figli.

Quando, per una disgrazia il padre se ne andò in altro mondo, la famiglia si trovò completamente priva di sostentamento.

Fu allora, che un nobile signorotto della zona, decise di donar loro uno dei tanti alberi di castagno che possedeva, proprio il più vicino alla loro umile, modesta casetta.

Quel semplice gesto fu la loro salvezza: con la farina di castagne riuscirono ad impastare il pane, a preparare la polenta, la pasta, il castagnaccio, tutto quello che serviva a cibare la numerosa e povera famiglia.

Gli scarti delle castagne divennero prelibato cibo, per le poche galline che avevano.

Ancora oggi, quando vedo un castagno, non posso fare a meno di pensare a questa storia vera, che mi raccontò

“mamma Umbertina”.

E poi ditemi che un albero non è vita!!

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LA PROCESSIONE

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Nel mio Paese, come in tanti altri, il venerdì santo, si andava in processione, per le vie principali del Paese, dietro la statua del Cristo crocefisso.

Noi ragazzine ci radunavamo ed eravamo guidate dalle suore, che rigorosamente, ci facevano disporre in fila, ad una ad una, in modo da evitare ogni chiacchiericcio.

Gli uomini più robusti reggevano la statua del Cristo.

Alle finestre, ai balconi, le donne, esponevano numerosi ceri accesi.

C’era silenzio: si udivano solo i passi della gente in processione.

Ma la situazione che più chiaramente è rimasta impressa nella mia memoria, è il passaggio davanti alla casa della signora Gina. Lei faceva molta fatica a camminare, ragion per cui non riusciva a stare al passo col corteo e doveva restare in casa.

La vedevo, dietro la sua porta socchiusa, con un lungo velo nero, che le copriva il capo.

Tra le mani stringeva la corona del rosario e le sue labbra si muovevano in preghiera.

A lei non importava guardare i passanti, a lei premeva solo pregare. Sono sicura che non dicesse orazioni per lei, ma per il Cristo crocefisso: alzava solo la testa quando transitavano gli uomini con la statua di Gesù.

E…chissà con quanta fatica stava inginocchiata, ma ogni anno, la signora Gina era lì, a pregare, con tutta la sua fede, con tutto il suo cuore.

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AMORE PER LA CAMPAGNA

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La mia nonna Tita amava la campagna.

La campagna era la sua vita.

Rimasta vedova giovanissima, lavorava la sua terra, con la stessa abilità del nonno.

Io, in estate, durante le vacanze estive, quando ero bambina, andavo con lei nei vigneti. L’aiutavo ad innaffiare l’orto e le facevo compagnia.

Quando il campanile scoccava le nove e trenta, facevamo colazione, con un bel panino imbottito di salame: salame nostrano! Ci sedevamo sull’erba e parlavamo. Quando mi veniva sete, lei mi passava l’acqua, rigorosamente nel bicchiere, perchè non voleva assolutamente che bevessi dalla bottiglia e mi diceva:” Appoggia il panino su quella zolla e bevi a piccoli sorsi “.

Quando dovevo riprendere il panino, per continuare a mangiarmelo, lo osservavo, per vedere se si fosse sporcato ed ero un po’ restia, nel continuare la mia colazione.

” Donatella, pulisci il panino con le manine, ma ricorda, che della terra della campagna non devi avere schifo.

E’ la campagna che ha dato da vivere alla nostra famiglia, è con questo terreno, che ho cresciuto tuo padre e i tuoi zii.

La terra è la nostra vita e mai dovrai disprezzarla, ma dovrai, come me, imparare ad amarla”.

Ed io rassicurata dalle sue parole, riprendevo, con tanto gusto, a mangiare il mio panino.

Quante lezioni di vita mi hai dato, nonna Tita!

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MARIO ED ERNESTO

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Dopo la seconda guerra mondiale, nel mio Paese e anche in parecchi Paesi vicini, nacquero, come a contrastare un periodo oscuro, parecchie bande musicali, che allora venivano chiamate  ” ” ” “FANFARE “

Nelle FANFARE suonavano numerosi uomini del luogo, che lasciate le campagne, la sera si riunivano per studiare la musica.

Durante le feste del Paese suonavano le loro marcette, che rimbombavano lontano, proprio per i numerosi elementi che componevano il complesso bandistico.

Mario teneva il ritmo con i piatti ed Ernestino batteva la grancassa. Erano davvero bravi!

Un giorno andarono in trasferta con la corriera, nella fanfara di Stradella. Partirono al mattino, con i loro voluminosi strumenti e seppero fare egregiamente il loro dovere.

Verso sera, dopo avere bevuto qualche bicchiere di troppo, tornarono a casa, sempre con la corriera, che si fermò proprio nella piazza del Paese.

Al bar stavano seduti degli amici burloni, che conoscevano Mario ed Ernesto e sapevano che erano un tantino permalosi.

Mentre i due attraversavano la piazza, i poco simpatici amici del bar si misero a fischiare, in segno di presa in giro.

Mario disse:” Arnèst, i gl’han co num! “

Ernesto, calmo parlò a voce alta:” Sta chiet Mariu, i’han fat mia ad num, magari i sufelan parchè i’èn cuntent !”

Gli uomini seduti ai tavolini, sentirono le parole di Ernesto e…ne fecero tesoro:” Mariu, Arnèst ! ” E volò un fischio lungo e impertinente.

Ernesto sbottò:” Eccu Mariu, adès pudum rabias dabon”

Posarono con cura gli strumenti in un angolo sicuro, si tolsero con calma la giacca, si arroltolarono le maniche della camicia e la rissa cominciò…..

Tutto però terminò con una bicchierata ed una bella cantata, col ritmo scandito da piatti e grancassa.