Lo scrigno e lo specchio
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RUSEN E TUGNIN

Rusen e Tugnin erano marito e moglie, che si volevano un gran bene…..ma erano di differenti religioni.

Rusen era cattolica, mentre Tugnin era protestante.

Nel mese di maggio, dopo cena, le donne della frazione, si riunivano proprio nella casa di Rusen e Tugnin a recitare il Santo Rosario.

Naturalmente Tugnin rimaneva fuori casa, in cortile, dove cresceva profumata camomilla.

Si accomodava su una vecchia e tarlata trave, fumava mezzo toscano e dato che era molto, ma molto sordo non veniva disturbato nè dal rosario, nè dalle litanie, nè dalle chiacchiere che seguivano le preghiere..

Saltuariamente i ragazzi della frazione, un po’ monelli, andavano alla ricerca di un legno corto e solido e lo facevano scivolare fra le due maniglie della porta di casa di Rusen e Tugnin.

Quando le donne si decidevano ad uscire, spingevano la porta, e spingevano e chiamavano Tugnin, che purtroppo era sordissimo.

E Rusin puntualmente ripeteva:” Ecu lè ufes perchè azzum al rusari, lu clè prutestant. “

Tugnin non aveva neppure lontanamente l’idea di imprigionare le donne che pregavano e non sentiva minimamente le urla di Rusin.

Ad un certo punto i monelli, dopo aver riso a crepapelle facevano una corsa verso la porta di Rusin, toglievano il 

legno galeotto e le donne , paonazze in volto, si riversavano in cortile, adirate con il povero Tugnin, che beatamente continuava a fumare e a guardare l’orizzonte.

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LA MINESTRA

Matilde sposò Giuseppe e come si usava un tempo, andarono ad abitare nella casa di famiglia.

Tutto filava serenamente, erano brava gente.

Dopo una settimana la suocera Teresa preparò un bel pentolone di minestra e verdura: costava poco e saziava.

Mise il pentolone in mezzo alla tavola e con il mestolo ” la regidora “riempiva i piatti.

Matilde ne mangiò un piatto, poi un altro e un altro ancora, finchè al quarto, con le guance rosse, perchè un poco imbarazzata disse:” Papà, mamma, vi devo dire la verità: se non metto la minestra in vino non riesco a saziarmi.

Mettere la minestra in vino significa aggiungere un mezzo bicchiere di rosso nella fondina piena.

I due suoi suoceri si guardarono e Teresa parlò:” Ma cara la me spusa, mata pura la mnèstra in ven, ma la prosima volta matag al prim tond. “

Certo allora non regnava molta abbondanza e se Matilde non se ne fosse pappata quattro piatti,la minestra sarebbe stata sufficiente anche per il giorno seguente… 

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I BARBATEL

Un tempo e neppure troppo lontano, la vita si svolgeva più semplicemente, in modo più diretto .

Ecco allora che gli uomini di una frazione non lontana dal Paese, si riunivano quasi ogni sera, in un locale, magari di una casa sfitta e tracorrevano un paio d’ore a giocare a carte, a chiacchierare, a scherzare.

Niente ASL, niente norme assurde: un tavolo, dieci sedie spaiate, un mazzo di carte.

C’era poi chi arrivava con qualche bottiglia di vino e una bevuta costava qualche centesimino.

Poi, il proprietario del negozietto della frazione arrivava con un cesto di fresche arance, belle , grosse, succose

e Pasqualino, ogni sera se ne comprava una e se la gustava.

Peppino lo guardava meravigliato e scandalizzato, lui che non spendeva un soldino, per pensare a far crescere sani e forti i suoi vigneti.

” Pasqualen al mangia di partugalon chi finsan pu, ma mi so mia luc ! A mat via i sold par crumpà di barbatèl…..”

Usi e costumi sono davvero cambiati, ma non chiedetemi se in meglio o in peggio, anche se io una mia idea ce l’ho.

 

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PEPINO

Ero bambina e la mamma, una volta la settimana mi mandava a comprare le uova da Peppino.

Arrivata, bussavo, ma la sua porta era sempre aperta.

Entravo in una grande cucina, con un enorme camino ed un tavolone coperto per metà di tela cerata, su cui facevano da padroni un bottiglione di vino o bianco o rosso e una di quelle scodelle bianche , che oggi non si usano ormai più.

Peppino versava due dita di vino nella scodella e mi diceva, porgendomela:” Beva, dunen, beva! “

Avrò avuto nove o dieci anni ed il vino non mi piaceva affatto:” No, no , Peppino, non bevo, grazie!”

E lui puntualmente rispondeva:” Mah !”

Non capiva proprio perchè il suo vino non fosse considerato una leccornia.

Oggi volentieri berrei quel vino offerto con tanta generosità.

Peppino, di vino genuino come il tuo oggi ne gira davvero poco !

 

 

 

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I CAPELLI DI BETTINA

” Nonna, per mezz’ora sparisco, vado in bagno a lavarmi i capelli.

Donatella, ma sei esagerata, te li sei lavati quattro giorni fa: ogni lavada una strasada.

La mia amica Bettina sì che aveva una folta chioma, ma non se li lavò per quattordici anni !”

A questo punto mi incuriosii non poco, mi sedetti e volli che la nonna mi raccontasse di Bettina.

Era una gran bella donna, con lunghi capelli neri, folti e lucidi. Da sola si annodava la treccia, che le arrivava fino alla vita e davanti, sulla fronte aveva dei bei ricciolini, che le incorniciavano la fronte.

La sua non era una pettinatura , ma un’acconciatura.

Una volta al mese, con pazienza si disfaceva la treccia, si spazzolava con cura i capelli, se li tagliava qualche centimetro, poi riempiva una tazza di acqua ed aceto e con questa mistura si passava energicamente sia la testa che i capelli, che divenivano lucidi e brillanti.

Si rifaceva quindi la treccia, si agghindava  i riccioli e così per quattordici anni.

Quando fu anziana si decise a tagliarli corti e fu così che dopo quattordici anni se li lavò .

Donatella, se tu facessi come Bettina avresti una folta e lucida chioma”,

Io ascoltai a bocca aperta e pensai che era una storia incredibile, eppure la nonna non mentiva certamente.

Bettina per quattordici anni non si lavò la sua folta chioma….

Storia vera di un tempo passato.

 

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MARIETTA E LA TELEVISIONE

Siamo negli anni 60 e le prime televisioni entrano a troneggiare nelle case.

Sono accolte come miracolo della tecnologia.

Il signor Luigi fu uno dei primi ad acquistare la TV nella palazzina in cui abitavo.

Aveva tre figli e spesso io scendevo in casa loro a godermi la TV dei Ragazzi.

In casa c’era la vecchia nonna, che osservava attentamente lo schermo e si domandava quale diavoleria fosse entrata nella sua casa.

Un giorno la nuora Giuliana alzò la gonna, per sistemarsi l’elastico che teneva le calze di nylon, perchè il collant non esisteva ancora.

Nonna Marietta sbottò:” Giuliana, ma sèt sensa vargogna? Vadat no che li lu in television al varda propi chi? Un po’ ad pudur!! “

Giuliana rispose ridendo:” Ma sa cradla Marièta che a cl’om lì al vada in tut i ca d’Italia? “

” Ma sicur, a cl’om li am cuntrola tut. Mi stev mei quand a cla scatula lì la ghéra no ! “

Come cambiano in fretta i tempi, gli usi e i costumi! 

Marietta continuò a considerare la TV una diavoleria !!!

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STORIA VERA E COLORATA

Il signor Bianchi Antonio decise di mettere in vendita la sua vecchia casa, che ormai non gli serviva più, in quanto aveva fatto costruire una grande villa nuova.

Così disse a Luigi Verdi che lavorava come mediatore:” Voglio vendere la mia casa vecchia, vedi un po’ se riesci a trovarmi un acquirente “.

Dopo circa un mese Verdi fece incontrare Cesare Negri con Antonio Bianchi e in men che non si dica si accordarono sul prezzo della casa.

Negri scelse come notaio il dottor Rossi.

Presero l’appuntamento e davanti al notaio, Bianchi, che era un gran chiacchierone, si portò avanti: ” Siur nudar, venda Bianchi, crompa Negri, mediatur Verdi, e nudar Rossi “.

“Non ho tempo da perdere, mostratemi le carte d’identità e faremo il rogito”.

Davanti ai documenti il notaio si arrese.

Quell’atto notarile era davvero “arcobaleno ” e tutti insieme si fecero una bella risata….

Le coincidenze…..

 

 

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IL BOTA

IL BOTA

Non era propriamente un delinquente, ma era avvezzo, insieme ai suoi due scagnozzi, ad elargire scherzi veramente pesanti.

Incontravano una donna che andava al mercato a vendere i pulcini e senza dire una parola le sparpagliavano i piccoli per la campagna.

Se poi passava qualcuno con un cesto di uova gliele rompevano ad uno ad uno sghignazzando.

Naturalmente erano molto temuti.

Quella sera, il mio bisnonno e suo fratello, che facevano i trasportatori per terzi ed erano diretti a Milano, con un grande carro trainato da due grossi cavalli, se ne andavano tranquilli per la loro strada. Il BOTA si presentò con le mani sui fianchi ed intimò loro un ALT.

Loro si fermarono e il BOTA vide nella penombra che avevano entrambi due lunghi baffi.

Si rivolse agli scagnozzi, gli passò una scatola di fiammiferi e disse loro :” Brusegh i barbis !” (“Bruciate i loro baffi!”)

Il mio bisnonno e il mio prozio erano due uomini assai robusti e corpulenti. Scesero dal carro, presero i due scagnozzi per il bavero e li fecero ” zuccare ” uno con l’altro. Caddero nella polvere, ma si rialzarono in fretta ed il BOTA si affrettò a dire :” Lasciateli andare !” Intanto osservò bene i due carrettieri,per imprimersi le loro sembianze nella memoria e dopo alcuni giorni, quando alla luce del giorno li incontrò di nuovo con il loro carro, si tolse il cappello e li salutò deferente.

Purtroppo il, BOTA conosceva solo il linguaggio della violenza.

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QUATTRO AMICI AL BAR

Era una giornata autunnale, con l’aria frizzantina e Fulvio, Gianni, Pietro e Luigi decisero di andare a caccia.

A loro piaceva non tanto sparare, quanto passeggiare per le campagne, osservare l’autunno, chiacchierare in compagnia.

Camminarono, camminarono…..

Ad un certo momento Luigi sbottò:” Mi veuri bev un café!” ( ” Io voglio bere un caffè! “)

Gli amici cercarono di dissuaderlo, perchè il bar più vicino distava ben due chilometri, ma Luigi insisteva:” Mi veuri bev un café!”

Così gli altri amici, con rassegnazione, decisero di dirigersi pure loro verso il bar…..

Arrivati, stanchi e sudati, entrarono e Fulvio disse:” Oste, per favore ci farebbe quattro caffè? “

Ma Luigi, che tanto aveva insistito per quella tazzina di bevanda calda, imperiosamente disse:” E mi al café al bevi no! ” ( “E io il caffè non lo bevo!” ).

Ma come? Ci hai così tanto assillati con la tua voglia di caffè ed ora non lo prendi? Ma che giochetto è mai questo? ” Naturalmente gli altri amici si spazientirono non poco!

E mi al cafè al bevi no! E mi al cafè al bevi no!”

Fulvio, Gianni e Pietro erano esterefatti:” E no, Luis, adès tal bev! ” ( ” E no Luigi, adesso lo bevi!” )

E mi al bevi no!”

E inveci adès tal bev!” E via di questo passo.

A questo punto Luigi si svelò :” Ma voi avete creduto davvero che io volessi bere un caffè? Caffè che viene dall’America, dall’Africa….quando qui, sulle nostre splendide colline si produce un nettare divino scacciapensieri?

Per me, gentile oste un buon bicchiere di bonarda, possibilmente di Montù! “

E mentre Fulvio, Gianni e Pietro si sorseggiavano una tazzina di caffè, Luigi centellinò il suo bonarda, felice come una Pasqua!

 

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LA LEGGENDA DELLE STELLE

Tanto, ma tanto tanto tempo fa, il cielo era una volta scura.

Non esistevano nè il Sole nè le stelle e le giornate erano estremamente buie e tristi.

Non vedevi mai nessuno alzare lo sguardo verso l’alto, con gli occhi sognanti, perchè sopra le teste degli uomini c’era nero, solo un incredibile nero!

Le fate del bosco facevano i loro incantesimi, ma seppur dotate di magia, provavano sempre un senso di paura, come se qualcosa potesse accadere da un momento all’altro , a sconvolgere la loro vita.

Provavano tante varie magie, ma non riuscivano mai ad illuminare il cielo.

Fata Virginia incominciò a cantare.

Si sa bene che le fate posseggono un’ugola d’oro, al contrario delle streghe che emettono una voce sgraziata!

Ma il delicatissimo canto di Clotilde non portò a niente.

Allora prese una decisione: chiamò, con un segnale particolare, tutte le sue sorelle sparse nei boschi e nei castelli e dopo essersi abbracciate e salutate, decisero di intonare un unico canto d’amore.

Tutta la Terra dondolò dolcemente e le note delle fate toccarono finalmente il cielo nero e si deposero un po’ qua un po’ là, dando finalmente luce!

Adesso il cielo era davvero pieno di stelle, il Sole illuminava il giorno e la paura sulla Terra svanì.

Quelle lucine che brillavano divennero sogno per tutti gli uomini.

Era bastata un’unione di fate che si voleva bene, per dar luce al mondo!