Lo scrigno e lo specchio
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aprile 2015

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Racconti

VECCHIA STORIA DI PAESE

Mi piace ascoltare le vecchie storie di Paese. Mi fanno comprendere usi e costumi ormai scomparsi.

 

Lui era Giuseppe, il capofamiglia, padre di cinque bei figlioli.

Quando passeggiava per il Paese portava sempre la giacca di stoffa: gli piaceva essere elegante e non amava lavorare.

Certo non indossava una giacca di Armani o di Trussardi, ma del sarto Ettorino, l’unico sarto del Paese.

Era un po’ un “farfallone amoroso”…Insomma, amava corteggiare le donne e farsi anche qualche amante.

Pipina, sua moglie, se ne stava zitta, fingeva di nulla, per il bene della famiglia.

Ma quando si accorse, che una relazione del marito si stava prolungando oltre ogni misura, decise che i panni sporchi non li avrebbe più lavati solo in casa.

Attese, nascosta in un angolo, l’amante del marito, proprio nella piazza del Paese e mentre la donna transitava tra la panetteria e la sua casa, che stava a cento metri, Pipina uscì con un atteggiamento agguerrito e l’accompagnò sino all’uscio della sua abitazione, con un epiteto ben poco elegante, che vi lascio solo immaginare….

Quella donna si sbrigò velocemente a chiudere la porta, ma la “piazza” aveva sentito ripetere più volte la volgare esclamazione!

Pipina tornò a casa, non disse nulla a Giuseppe, anche se avrebbe voluto annientarlo e la vita in famiglia continuò come prima: per amore dei figli, il matrimonio era indissolubile.

Oggi, una storia simile si sarebbe conclusa davanti al giudice, ma allora, per la famiglia, Pipina sopportò.

Il suo sfogo divenne famoso in tutto il Paese e ricevette il tacito plauso di tutte le donne…o quasi.

 

 

 

Racconti

MAIEN LA GILONA

Maien abitava in una frazioncina del Paese.

Tutte le sere d’estate arrivava, piano piano sino alla piazza, si sedeva sui gradini del negozio di chincaglieria e tutte noi bimbe, che abitavamo in zona, ci sedevamo accanto a lei.

Portava sempre zoccole nere, con calzine di lana fatte da lei, ed una cuffietta confezionata col suo uncinetto.

Non abbandonava mai calzine e cuffia, anche quando faceva assai caldo: facevano parte di lei.

Aveva sempre, sopra al semplice vestito scuro, abbottonato davanti, un grembiulino nero: non stava a formalizzarsi, non le interessava l’eleganza. Lei amava stare con i bambini.

Ci raccontava lunghe storie a puntate, che si potrebbero paragonare alle telenovela di oggi, ma molto più creative. Storie di maghi, di streghe, di cavalieri senza macchia e senza paura e queste storie non finivano mai. Noi l’ascoltavamo a bocca aperta. Maien sapeva imitare le voci dei buoni e dei cattivi, dei maghi e delle streghe e noi ammiravamo il suo recitare.

Ad un certo punto la fiaba si interrompeva e lei diceva:” Continuerò domani sera, adesso andiamo tutti a nanna.”

Noi ormai avevamo imparato a non pregarla di finire il racconto, perchè sapevamo che non si sarebbe fatta “corrompere”.

La sera dopo ci raccontava magari ciò che aveva già inventato la sera prima, ma noi rimanevamo ugualmente estasiate, perchè lei possedeva il fascino del raccontare.

” Maien, ti rivedo ancora, attorniata da tutte noi, ti rivedo con il tuo sorriso buono e gli occhi persi nella favola che inventavi. Ciao Maien, oggi ti porto un fiore.”