Lo scrigno e lo specchio
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gennaio 2013

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Favole

La FAVOLA CHE NON C’E’

Bambini del regno, venite qui, a leggere la favola finta, la favola che non c’è.

Non si vedono fate, streghe , castelli; non ci sono nè buoni nè cattivi, nè belli nè brutti, nè soli nè in compagnia.

C’è solo una pagina vuota, senza gioia, senza fantasia.

Vi spiace? Beh, credo di sì, ma vi voglio aiutare. Se la fiaba non c’è..scrivetela voi. Dalla mia penna lascio cadere quattro parole: sole, strega, neve, bambina. Usa queste paroline, per creare una fiaba, riempi il foglio e lo scritto sarà tutto tuo.

Sono sicura che sarà una fiaba bella, fantastica, ed uscirà dalla tua testolina.

Forza, regalami una fiaba.

Ti lascio la mia e-mail: dona.se@libero.it. Aspetto una bella fiaba….magari con le parole che vuoi tu e se sara’ carina, te la faro’ pubblicare, stanne certo!

Aspetto di leggere qualcosa di esilarante!!

 

Favole

UN BEL BAGNO IN COMPAGNIA

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Paolo abitava in una grande e bella casa, vicino al centro del Paese. La sua mamma teneva sempre i pavimenti lucidi ed i tappeti talmente puliti, che pareva brillassero. L’unico, che pensava a mettere un po’ di disordine era Paolo, ma la mamma lo lasciava fare, perchè capiva che è giusto che un bimbo, nella sua casa possa anche giocarci e non camminare in punta di piedi, per non sporcare nulla e per non spostare niente. Paolo, dal canto suo, cercava di non mettere troppo disordine, anzi, a volte aiutava la mamma a sparecchiare la tavola o a mettere a posto i tappeti, dopo che erano stati ripuliti.

Per sua grande fortuna, possedeva il cane Pippo e la micetta Nina. Lui era un bel meticcio a pelo lungo, sempre pronto a giocare col suo padroncino e lei era una micina graziosissima, che spiccava salti altissimi. Quel giorno, mentre la mamma era in giardino a tagliare l’erba ed a piantare coloratissimi fiori, Paolo decise che era ora di darle una mano. Si sarebbe fatto il bagno senza aiuto della mamma e siccome Pippo e Nina non odoravano di pulito, avrebbe lavato pure loro: un bel bagno in compagnia e la mamma sarebbe stata contentissima di non doverli aiutare. Il cane ed il gatto di Paolo amavano l’acqua e spesso andavano a rinfrescarsi nella fontana che stava in mezzo al giardino. Paolo si diresse, seguito dai suoi due amici, nel bagno più grande della sua bella casa, bagno in cui troneggiava una grande vasca con idromassaggio. Aprì il rubinetto, dosando con cura il calore dell’acqua, prese il tubetto di bagnoschiuma alla fragola e lo schiacciò, finchè la pasta rosa e schiumosa fu tutta nell’acqua. Si spogliò in un lampo e si tuffò nell’acqua profumata. Pippo e Nina saltarono anch’essi nella vasca, mentre Paolo azionava l’idromassaggio. No, no, sono sicura che non potete neppure lontanamente immaginare la quantità di schiuma rosa che si stava formando: debordava abbondantemente dalla vasca e sembrava non fermarsi più.

I tre amici giocavano nell’acqua e si divertivano da matti, Intanto la schiuma cominciò ad uscire dal bagno, come fosse cosa viva, prese la scala e scese e loro intanto erano felici. Dalla schiuma spuntavano sei occhi e tre nasini e quasi non riconoscevi di chi fossero. Il profumo era gradevolissimo ed il gioco divertente. Ad un certo punto Pippo saltò fuori dalla vasca, stanco di essere sommerso dal sapore di fragola. Scese le scale scivolando a destra e a sinistra ed arrivò in salone, dove si scrollò con tutta la sua forza di possente cagnone e le bolle di schiuma raggiunsero sedie, divani, televisore, vasi di cristallo, schermo del pc, vetri, sedie e tendaggi e chi più ne ha più ne metta. Nina seguì l’amico Pippo, anch’essa scivolando come sui pattini, andando ad aggiungere schiuma dove già ce n’era da vendere. Paolo, ormai sentiva odore di disastro ed anche lui scese le scale in mezzo alla schiuma di fragola. I gradini non si vedevano ormai più e la casa era un fiore di schiuma rosa.

Il bambino capì di aver combinato un guaio grosso e non aveva il coraggio di chiamare la mamma, che però aveva terminato il suo lavoro in giardino e stava rientrando. Il tappeto rosso non si vedeva proprio più, era diventato una soffice nuvola rosa. In casa non si vedeva più nulla: solo una montagna di schiuma. E siccome questa è una fiaba, la mamma cominciò a ridere, a ridere divertita e saltò anche lei nella soffice nuvola. Pippo abbaiava, Nina miagolava e Paolo e la mamma cantavano. Poi la mamma chiamò tutti a raccolta. Fece uscire tutti fuori e per risciacquarsi fecero tutti un bagnetto nella fontana. A pulire la casa ci avrebbero pensato poi, per ora si godevano il divertimento.

Ma adesso, bambino che stai leggendo, prova ad uscire dalla favola e pensa e poi racconta cosa avrebbe fatto e detto la tua mamma di fronte alla schiuma alla fragola, che ormai usciva persino dalle finestre!!!

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LA FATA DEI DESIDERI

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Clodoveo era un uomo così povero, che possedeva soltanto gli occhi  per piangere la sua povertà: non aveva casa, non aveva niente da mangiare, non aveva neppure un piccolo orto per farci crescere le verdure. Un giorno, mentre piangeva disperatamente, gli apparve, ve lo giuro, una fata vera, come quella delle fiabe, con un lungo vestito blu ed un mantello di raso azzurro. Quella fata, come del resto tutte le fate di questa Terra era bellissima  e parlò a Clodoveo, che rimase a guardarla con la bocca aperta e gli occhi sbarrati. Una fata? Una fata vera? Ed era proprio lì, davanti a lui. “Clodoveo, dubitavi forse che esistessero le fate? Io sono vera e sono qui, per soddisfare ogni tuo desiderio. Non voglio più sentirti piangere. Tu domanda ed io ti esaudirò”.”Oh! Dolce fata azzurra, non avevo mai visto tanta bellezza e tanta eleganza. Sai, io non possiedo proprio nulla. Vorrei avere una piccola casa.”  Ed ecco, che per magia, apparve una piccola, graziosissima casa, con un pino alto, alto ed un’aiuola verde e tre vasi di rose rosse.”  Clodoveo non credeva ai suoi occhi. Questa era dunque la fata dei desideri! “Vedi fatina, adesso mi servirebbe un campicello, così avrò i frutti dell’orto per mangiare ed il grano per prepararmi il pane.”  E la fata blu esaudì Clodoveo, al quale non parve vero di possedere ciò che mai aveva avuto.

 

 “Cara fatina, adesso vorrei una moglie, che mi faccia compagnia e che mi prepari il desinare, mentre io lavoro nel campo.”

E la fata gli fece conoscere una brava signora, che divenne sua moglie, che gli teneva pulita la casa e che lo aiutava in tutto.

“Cara fatina, adesso vorrei due figli, un maschio ed una femmina, due bravi figlioli, mi raccomando!”  Ed ancora fu esaudito.

 

E Clodoveo chiese tanti giochi per i suoi figli e li ebbe, una casa più grande e lussuosa, chiese abiti firmati da stilisti per sè e per la famiglia e comparvero, volle una collana di perle preziose per sua moglie ed un orologio tutto, tutto d’oro per lui e fu ancora accontentato. Chiese un’auto di gran lusso e la trovò in garage. Lui non doveva fare alcuna fatica, doveva solo chiedere. E chiedeva sempre per sè, mai per un amico, mai per un vicino di casa, solo per sè e per la sua famiglia.

Un giorno, in cui si voleva sentire ancora più ricco, chiese il più grande e bel castello che esistesse al mondo, con tanto di maggiordomi, servi, camerieri, letti a baldacchino, rubinetti in oro, una Ferrari da corsa, un Paese tutto per sè.

A questo punto la fata gli si parò davanti con le mani sui fianchi e lo sguardo severo.” Clodoveo, ti ho dato tutto ciò che hai desiderato, ma adesso hai passato ogni limite. Io ti ho donato la possibilità di lavorare, di avere una bella famiglia da amare, ti ho regalato oggetti preziosi, ma tu vuoi possedere il mondo: sei un Clodoveo egoista.”

La fata agitò un attimo la sua bacchetta magica ed in men che non si dica, Clodoveo si ritrovò povero in canna, con soltanto gli occhi per piangere.

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CESIRA LA PASTICCERA

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Cesira era la pasticcera del Paese. I suoi dolci erano famosi in tutta la provincia. Aveva mani esperte e fantasia da vendere ed aveva imparato tante buone ricette dalla sua zia Angioletta, anche lei abile pasticcera. Aveva un piccolo difetto, però: quando si emozionava, perchè doveva preparare un dolce , per un’importantissima ricorrenza, le sue mani  s’impigliavano, la sua fantasia si confondeva e spesso il dolce non veniva a dovere, insomma, combinava un pasticcio. Allora si diceva:” Calma Cesira, sta’ tranquilla, rifa’ il dolce e tutto andrà come sempre.”

 

Quando fu eletto il nuovo sindaco del Paese, le fu commissionato un dolce grande come il tavolo del consiglio comunale: una bella torta alla panna con le ciliegine, una torta davvero enorme. Cesira doveva fare in fretta, perchè la festa si sarebbe tenuta la sera stessa. Farina, zucchero, burro, uova, lievito….”Oddio, ma il lievito l’ho messo? La panna sarà fresca? Povera me, sono sicura che combinerò un disastro, sono troppo agitata!!!!” Alla fine la base di pan di Spagna fu pronta, soffice e perfetta.. Prese la panna, incominciò a montarla, ma non divenne spumosa, rimase molle come il latte! “Che disastro!” diceva fra sè:

 

“Diventerò lo zimbello del paese, questa torta sembrerà una focaccia venuta male, il sindaco si sbrodolerà la fascia tricolore ed io sarò il disonore delle pasticcere!” Quando dovette spalamare la molle panna sul pan di spagna, quella spuma venuta male andò a finire in ogni buchetto, in ogni fessura ed in pratica scomparì. Cesira si diresse verso il grande frigorifero a prendere le ciliegie, per cercare di salvare il salvabile, ma si ricordò di non averle acquistate, presa dall’agitazione. “Ahimè! Qui non c’è niente da salvare, nemmeno le ciliegie ho comperato: magari avrebbero colorato un po’ questo scempio di torta. Sono una pasticciona! Dopo questa malefatta, dovrò chiudere il negozio! Brutta testona di una Cesira! Bel disastro hai combinato. Altro che portare la torta in consiglio comunale, dovrei lanciarla dritta dritta nel cassonetto dell’immondizia!”

 

La torta era veramente un orrore, pareva fatta da un meccanico più che da una pasticcera, ma il tempo per rifarla non c’era proprio! O così o così! Intanto era giunta l’ora di portarla sul grande tavolo del municipio. Cesira aveva le lacrime agli occhi, ma non c’era altro da fare. Appoggiò di soppiatto la torta sul grande tavolo rotondo e se ne andò avvilita.

 

Sapete che accadde? Il sindaco, così felice di essere stato scelto dai suoi compaesani, non si accorse certo dell’errore di Cesira ed anche tutti i consiglieri, così eccitati di far parte del consiglio comunale, credettero di mangiare la torta più bella e più buona del mondo. “Che bellezza! Che squisitezza! Evviva Cesira, che sicuramente avrà votato per noi!”

 

Insomma, quella torta sbagliata divenne famosa in tutta la regione e fu chiamata “TORTA CESIRA”

 

La pasticcera pasticciona diceva fra sè:”E’ proprio strano questo mondo!”

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UN PIATTO BIANCO

 

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Era un piatto bianco, finemente decorato. In quel piatto, non so per quale magia o per quale formula magica, c’era sempre, dico sempre, qualcosa da mangiare. C’era un poveretto senza soldi e se trovava il piatto bianco, poteva papparsi una bella e buona pastasciutta. C’era una bambina affamata e poteva godersi una bella fetta di torta al cioccolato, magari cosparsa di panna. C’era un mendicante e poteva sfamarsi con un croccante pollo allo spiedo. Quel piatto era sempre pieno di ogni ben di Dio: pasticcini, torroni, bistecche, pesce, uova, patatine fritte, bisteccone impanate, biscotti, noccioline, coppa, salame e chi più ne ha più ne metta. Sì, quel bel piatto era sempre pieno e nessuno più moriva di fame.

Ma io mi chiedo:” Dove sarà quel piatto?” Prova ad immaginartelo, prova a disegnarlo, prova a volerlo e nessuno avrà più fame. Ricorda che la ricerca sarà lunga e faticosa. E se troverai quel piatto e ci metterai qualcosa da mangiare anche tu, tutto sarà più facile.

Questa però è solo una favola e può spaziare ovunque, immaginando anche quello che non c’è.

Ma io, insieme a te, spero che un giorno o l’altro quel bel piatto appaia, così nessuno avrà più fame.

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DI FATE E DI STREGHE

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Sulla cima del monte Nerissimus, c’era un tetro castello con cento guglie aguzze, anzi più che aguzze..Era veramente malandato, trasandato, senza giardino, senza un fiore, ma tutto circondato da alte ortiche. Anche il tetto era tutto sconquassato. Spesso, dalle finestrelle di quel lugubre maniero, partivano saette rumorose e cupe, che ti mettevano la voglia di fuggire dalla parte opposta del mondo. Non era altro che un castello abitato da malvagie streghe, che dispensavano sortilegi un po’ qua un po’ là. Ci vivevano in una decina e la strega capa si chiamava Tenebrosas. Teneva ogni giorno lezioni di magia alle più giovani, che imparavano velocemente. Quando  vedevi partire più saette dalle finestre e sentivi rumori paurosi, voleva dire che erano in esercitazione. Ma tra le streghe ce n’era una zuccona, ma così zuccona, che non riusciva ad imparare nulla ed era il disonore di tutte le altre. Era la strega Agesta. La strega suprema la chiamava vicino a sé:” Agesta, fa’ scomparire tutti i bambini di questa Terra, la formula magica la conosci a memoria. Su, forza, sbrigati!”

Agesta incominciava:” Via i bambini da questo mondo, che di loro non resti traccia. Se uno ne rimane gli graffio la faccia!”

E i bambini di questa Terra, invece di scomparire si davano la mano e facevano un enorme girotondo, cantando colmi di gioia. La strega capo si adirava:” Agesta, devi essere più truce, più crudele, non stai recitando una poesia al Sole. Le formule magiche non sono canzonette da canticchiare col sorriso sulle labbra. Impegnati somarona! Adesso pronuncia la formula dei vetri in frantumi. Mettici grinta, mettici rabbia!” Ed Agesta incominciava:”  Che in tutte le case di questo paese non resti finestra con vetro intatto. Vola magia, veloce come un gatto!” E le finestre di tutto il circondario divenivano pulite, con vetri smaglianti, per la gioia di tutte le massaie. “Agesta, sei il disonore di tutte noi!!”

Prova adesso a scacciare la maestra del paese ai piedi della montagna. E’ l’ultima tua occasione. Se non  ci riuscirai te ne andrai  per sempre.. Agesta sconsolata cominciava:” Che la maestra, che i bambini vuole educare, abbia la casa impossibile da abitare. Che in ogni angolo topi e ragni debbano comparire e la maestra di corsa far fuggire! Il suo lavoro faremo noi. Insegneremo armate di scopa, magie malvagie e spettacolari, ad ogni bimbo in età scolare!”

Ma come per incanto, ogni vaso grande o piccolo che stava nella casa della maestra si riempiva di fiori delicati e profumati e la maestra si sentiva amata e sempre più felice di rimanere nella scuola del Paese sotto la montagna.

A questo punto Tenebrosas non ce la fece più e scacciò per sempre Agesta dal castello e lei , poverina cominciò a vagare senza arte né parte, per i boschi, sentendosi una buona a nulla. Un giorno, mentre stava gironzolando sconsolata, vide ai suoi piedi, un’azzurra scopa, tempestata di pietre preziose. Provò a montarci sopra ed in un lampo si trovò nel regno delle fate, vicino ad un meraviglioso laghetto, su cui si affacciava una casina di cioccolato bianco. La fata capa la accolse e le disse: “Non essere sconsolata. Le tue magie non producono alcun effetto, perchè tu non conosci malvagità, cattiveria e stregoneria. Tu sei nata fata e da fata studierai” Cambiò il nome e si chiamò Azzurra  e dispensò per sempre magie buone, per tutto il mondo, sotto lo sguardo incredulo ed adirato di Tenebrosas.