Lo scrigno e lo specchio
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giugno 2012

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Favole

GLI OCCHIALI DELLA BISNONNA

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Chiara aveva ereditato dalla bisnonna un paio di occhiali con grandi lenti scure e la montatura dorata. Le piacevano molto, ma per lei erano troppo grandi e non riusciva a tenerli sul naso. Però pensava: “Quando sarò grande, potrò portare gli occhiali della mia bisnonna Costanza e chissà quanto sarò elegante!”

Quando aveva ormai compiuto vent’anni, un giorno rovistando nelle scatole, che teneva nella sua cameretta, ritrovò gli occhiali della bisnonna e se li provò. Le stavano davvero bene ma…ad un certo punto vide il mondo intorno a sè cambiare colore: il cielo era rosa, il sole verde, i prati rossi….che strana meraviglia!

La mamma le aveva raccontato che bisnonna Costanza conosceva alcune magie, ma lei non immaginava tanto!

Se li tolse, perchè aveva capito che le magie vanno gustate poco alla volta, ma il giorno dopo li riprovò e si ritrovò a volare nel cielo azzurro e sopra di lei vedeva bianche nuvole sofficissime. Se li tolse e si ritrovò subito nella sua stanzetta.

Tutte le volte che si infilava quegli occhiali le succedeva qualcosa di magico, qualcosa che desiderava. Si ritrovò a nuotare nell’acqua limpida di un mare caldo e calmo, arrivò in cima al monte Bianco, sulle giostre di un luna park, insieme a tutte le sue amiche più care, in barca sul lago Maggiore.

Un giorno li prestò alla sua mamma, ma a lei non accadeva nulla, anzi ci vedeva anche male, perchè le lenti erano troppo scure.

Bisnonna Costanza aveva voluto regalare alla sua Chiara qualche momento magico.

Allora, adesso parliamo di te che stai leggendo, piccino o grande che tu sia. Se tu avessi ereditato un paio di occhiali come quelli di Chiara, dove vorresti ti portassero?

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UNA SCUOLA TUTTA BIANCA

Valentina andò con la mamma a vedere la sua nuova scuola, quella che avrebbe frequentato a settembre, perchè ormai aveva compiuto sei anni e sarebbe arrivata in prima elementare. Era entusiasta di vedere il luogo dove avrebbe imparato a leggere e a scrivere. Si vestì per bene, con i pantaloncini bianchi e la maglietta rossa, i suoi abiti preferiti  e si sentiva grande ed emozionata.  Quando arrivarono, Valentina cominciò a guardarsi in giro. Il cortile era di asfalto nero, senza erba, senza fiori, senza un albero. E la scuola era bianca, bianche le porte, bianche le finestre e anche le tende. Sentì dentro un piccolo brivido: quella scuola all’esterno non le piaceva affatto, ma si consolò dicendo fra sè: “Chissà dentro che esplosione di colori! Chissà quanti bei disegni!”

Salirono le scale bianche, aprirono una porta bianca e si trovarono in un corridoio bianco. Le porte delle aule, i soffitti, le pareti, i pavimenti, i banchini, le sedie….tutto bianco. Sembrava di entrare in un frigorifero. La maestra che li accolse era pallida pallida, con un abito bianco. Valentina, mentre la mamma stava parlando con l’insegnante, non resistette. Prese dalla tasca due pennarelli e disegnò in un angolo  di una parete un bel fiore rosso, con un bel gambo verde e con tanto di foglia ripiegata.

Quando se ne andarono non disse nulla alla mamma, ma quella scuola, che sembrava messa a bagno nello sbiancante, non le piaceva per niente. Quando arrivò settembre, Valentina iniziò con malavoglia quel primo giorno di scuola, però quando si trovò nel corridoio centrale, vide, oltre al suo fiore, altri mille fiori dai diversi colori e dalle diverse forme: fiori che rallegravano il bianco. E quando entrò nella sua aula, vide che anche il soffitto era punteggiato di fiori coloratissimi e lungo le pareti, tutt’intorno, erano disegnate file di pupazzetti, che si davano la mano. Com’era bella adesso la scuola! Adesso sì che ci si poteva stare volentieri. Persino i banchi erano verdi, con le seggioline gialle. Valentina era felice.

Adesso tu prova a concludere questa fiaba. Secondo te, chi avrà disegnato tutti quei fiori , chi avrà cambiato banchi e sedie? Su..chiama forte la tua fantasia e prova a scoprire il mistero della scuola, che da candeggiata è diventata colorata!

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L’ANGELO CUSTODE

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Sai che ogni bambino ha un angelo custode? Gli angeli custodi sono tutti colorati, di colori tenui, di color pastello. Tu puoi avere un angelo bianco, tu un angelo azzurro e tu un angelo giallo e così via. Sono sempre accanto a te e cercano di aiutarti. Dipende da te sentirli, dipende da te saper parlare con loro piano piano. Puoi raccontare al tuo angelo della tua giornata a scuola, delle tue marachelle, delle tue buone azioni e se tu ascolti in silenzio, dentro il tuo cuore sentirai le sue parole.

Devi sapere però, che ogni angelo custode cambia spesso colore: se tu sei buono e gentile lui resta di un colore tenue, ma se combini dei guai, diventa di un colore acceso, perchè si arrabbia. Luigino, una volta, disse quattro bugie, una dietro l’altra ed il suo angelo da rosa divenne rosso come un’anguria. Quando poi il birichino diede anche un bello spintone ad un amico, l’angelo divenne grigio scuro e non riusciva più a ritornare del suo vero colore.

Dipende da te far mantenere all’angelo custode il suo bel colore delicato, dipende da te far sì che il tuo angelo resti giallo o verdolino o lilla o magari anche d’oro e d’argento.

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LE DUE PULCI

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La pulce Giacomina  viveva protetta sul pelo di un bel cane meticcio, sì di un bastardino, che si chiamava Popo. Popo era tenuto con cura dalla sua padroncina, che lo lavava, lo profumava, lo nutriva e Giacomina poteva permettersi abiti di raso, tacchetti a spillo e borotalco profumatissimo. Ed invece di essere contenta di questa vita di signora pulce, si lamentava in continuazione: “Guardatemi, sono una pulce elegante, ben educata, dai modi raffinati e sono finita proprio sul pelo di un bastardino, piccolo e nero. Il mio sogno sarebbe quello di nascondermi tra pelo di un pastore tedesco, forte, che corra per i prati, che si rotoli nell’erba.

Un giorno Popo incontrò veramente un pastore tedesco, con cui aveva fatto amicizia tempo addietro. I due cani si fermarono ad abbaiarsi qualcosa e per Giacomina fu un attimo saltare da Popo al pastore tedesco Maciste. Ma fra quel pelo trovò la pulce Ernestina, e con uno spintone ben poco educato, la fece letteralmente volare addosso a Bobo.

Adesso sì che Giacomina si sentiva una signora. Le sembrava di abitare su un grattacielo; il suo sogno si era realizzato. Ben presto si accorse che Maciste non veniva mai lavato, insomma era un cane un po’ girovago e trascurato dai padroni. I vestiti di raso di Giacomina e le scarpette eleganti, ben presto si sgualcirono e lei divenne una signora pulce decaduta. Non le piaceva quella vita disordinata, ripensava ai profumi, agli abiti costosi e non sapeva che fare. Finchè un giorno, per caso, Maciste e Bobo si incontrarono e mentre i due si stavano abbaiando le loro novità, Giacomina rivide Ernestina, che era diventata più bella, elegante , curata e profumata. “Ernestina, lasciami tornare dal mio bastardino, la vita con Maciste non fa per me. Ernestina le disse: “Ma sei stata tu a darmi uno spintone per occupare il mio posto, screanzata! Io adesso con Bobo sto benissimo, non potevo neppure immaginare una vita così bella! Ma dai….non piangere stupidina! Su, sciocca, vieni con me, fra il pelo di Bobo, c’è posto per entrambe. Attenta, spicca un bel saltone!”

Da quel giorno le due pulciotte vissero insieme e si fecero compagnia.

 

La tecnologia….I personal computers, i cellulari, l’iPod e quant’altro . Sono scoperte che hanno cambiato i nostri comportamenti, il nostro modo di pensare.

Devi scrivere una lettera e prendi carta e penna? Ma no! Basta inviare una mail.

Devi trovare il disegno di un cervo, per una ricerca a scuola? Scartabelli fra le riviste? Ma no! Basta cercare su Google ed in un attimo ecco cento immagini di cervi.

Devi telefonare? Ti fermi un attimo ad una cabina telefonica?  Ma dai, usa il cellulare e chiama!

Giorgia, figlia della tecnologia, vive felice con mamma Roberta e papà Massimo. Ha solo quattro anni e quando le viene fame, non sa resistere a lungo.

“Mamma, chiama papà, così torna e mangiamo la pappa tutti insieme.” Roberta compone il numero di Massimo e dice a Giorgia: “Tieni il telefono e parlagli tu.”

Giorgia sente una strana voce di donna e dice: “Mamma, ma questa è una signora, non è papà.” Allora Roberta rifà il numero, pensando di aver sbagliato e dà il telefono a Giorgia che risente una voce di donna. Questa volta però è più attenta e vuole capire le parole della signora: “Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile, la preghiamo di richiamare più tardi.” E Giorgia stizzita risponde: “Ma io sono la sua bambina! Voglio il mio papà!” E ancora: “Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile, la preghiamo di richiamare più tardi.” “Signora tu non capisci, io voglio papà Massimo, sono la sua bambina!” A questo punto Giorgia passa il cellulare alla mamma: “Mamma, chi è questa signora, che non mi fa parlare con papà?”  “Roberta sorride e dice: “Quando tornerà papà te lo spiegherà.”

Quando torna Massimo, Roberta le racconta tutta la telefonata e il papà cerca di spiegare a Giorgia i misteri della tecnologia…..

Ma Giorgia continua a chiedersi chi sia quella maleducata signora, che non l’ha fatta parlare col suo papà. E’ così stizzita, che non ha più neppure voglia della pappa.

 

 

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L’ALBERO DI CACHI

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Era un albero di cachi, nell’orto di Virginio. I suoi rami si aprivano ad ombrello, ampi e forti. Le foglie sembravano appena incerate da una mano esperta. Chi passava ammirava la fattezza di questa pianta, non molto alta, carica di frutti ancora verdi. Ma quando, i cachi, da verdi cominciarono a maturare, la pianta si fece ancora più affascinante.In mezzo al verde intenso delle foglie, spiccavano i frutti arancione, di un arancione caldo. Tutto il giardino era reso ancora più bello, da quel colore così vivace.

L’albero aspettava di donare a Virginio i suoi frutti, ma a Virginio non piacevano i cachi e decise di non raccoglierli. La povera pianta si sentì inutile. Aveva lavorato tutto l’anno, per non regalare i suoi frutti a nessuno! Aspettava che qualche bambino, ingolosito si fermasse, allungasse la mano per raccogliere un caco maturo, ma ormai, si sa , i bambini preferiscono comprare la frutta all’Esselunga e le piante non le guardano più. Il bel caco si sentiva avvilito:  i suoi frutti non servivano proprio a niente.

Ma quando tutte le altre piante del giardino furono spoglie, il caco era ancora meraviglioso, con i suoi frutti arancione e chi passava lo ammirava.

Qualcuno disse: “I cachi sono i veri balocchi di Natale, che ci regala la natura!” E’ vero che nessuno mangiò i cachi della pianta di Virginio, ma quello fu il più bell’albero di Natale di tutto il Paese.

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LE MAIUSCOLE

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Questa non è proprio una fiaba, ma una storia vera, che mi è accaduta a scuola, con il mio scolaro Michele.

Michele non riusciva ad imparare a scrivere le lettere maiuscole. Com’erano difficili quelle letterone, che si dovevano sempre scrivere dopo il punto e all’inizio delle frasi!

 

 

La mamma lo fece esercitare, suo fratello lo fece esercitare, il papà lo fece esercitare, finchè Michele scrisse da solo le maiuscole e non si sbagliò mai più.
Le scriveva con una maestria perfetta, chiare, tonde: nessuno sapeva scriverle bene come lui. Sì, adesso era soddisfatto, aveva faticato, ma era contento. All’inizio della frase la maiuscola gli veniva come un disegno, curato nei minimi particolari.
A questo punto, però gli venne una grande smania di scrivere i numeri in maiuscolo. La maestra non li aveva ancora spiegati, ma sicuramente presto Michele immaginava, che avrebbe dovuto impararli. Chissà com’erano? La curiosità cresceva… Non capiva perchè l’insegnante avesse insistito tanto ad esercitarli con le lettere maiuscole, ma di numeri maiuscoli ancora non se ne parlava.
Un giorno si decise: educatamente alzò la mano e chiese: “Signora maestra, quando impareremo a scrivere i numeri maiuscoli?”
La maestra non riuscì a trattenere una risata e Michele ci rimase maluccio. Poi però, con calma,l’insegnante gli spiegò, che non esistono i numeri maiuscoli. Gli spiegò che esistono i grandi numeri, scritti con tante cifre e basta. Michele ne prese atto, ma sono sicura che ancora oggi,  non si sa spiegare, perchè non si fanno le maiuscole dei numeri.
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IL TELECOMANDO SI RIBELLA

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“Mamma, passami il telecomando: voglio vedere i cartoni.”

Il papà: “Luisa, dammi il telecomando, c’è la partita.”

La mamma: “Achille, dov’è il telecomando? Voglio guardarmi il programma di cucina.”

“ Elisa, lancia il telecomando, c’è un film interessante.”

Telecomando a lei, a lui, a loro, a tutti! “Basta, basta! Cosa credono questi? Che io sia qui a fare il telecomando a servizio? Non mi danno pace un attimo. Tutti mi chiamano, tutti mi cercano, tutti mi vogliono. Lo so che sono un telecomando di qualità, ma anch’io ho il diritto di riposare e di fare le mie dormitine. Passo da una mano gelata all’altra, in inverno e da una mano sudata all’altra in estate. Insomma, signori, un po’ di rispetto, un po’ di buona creanza! Ma adesso ve lo tiro io un bello scherzetto e ve  lo ricorderete per un po’!”

Da quel momento il povero telecomando diede spazio a tutta la sua fantasia.

La mamma lo schiacciava e invece di accendersi il televisore, si accendeva il forno a 200 gradi. Il papà premeva un tasto e si alzavano e si abbassavano le tapparelle. Luisa lo prendeva fra le mani e suonava il campanello di casa. Elisa lo acchiappava e si accendevano tutte le luci, dentro e fuori. La nonna riusciva a guadagnarselo con fatica e suonava l’allarme antifurto.

Che confusione in quella casa!

Quando finalmente riuscirono ad accendere il televisore, sullo schermo apparve questa scritta: “Sono un telecomando di ottima qualità, ma mi stressate dal mattino alla sera! O vi decidete a darmi , ogni giorno, un po’ di riposo, un po’ di pace o io sciopererò e continuerò a tirarvi degli scherzetti poco simpatici. Avete visto di cosa sono capace!”

Da quel giorno tutti ebbero più rispetto del povero telecomando e riuscirono a convivere tutti pacificamente.

 

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SARA E LA MATEMATICA

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Sara era una bambina modello: buona, dolce, affettuosa e sorridente. Arrivò a scuola con l’entusiasmo di imparare, con tutto l’impegno possibile. Divenne amica di tutti e voleva bene alle  sue maestre. C’era una cosa però che detestava: i numeri. Perchè mai doveva aver a che fare con quei segni strani? Chissà chi li aveva inventati! Le piaceva scrivere un testo, esprimere la sua fantasia, le sue riflessioni, le piaceva disegnare con colori vivaci ed i suoi disegni erano molto espressivi…..Ma i numeri…no! Assurdi numeri! Non li voleva proprio accettare. Si avvicinava alla cattedra con il problema risolto e già le venivano i goccioloni agli occhi, sicura di aver sbagliato!

“Odio la matematica, odio i numeri!!” pensava.

Un giorno, mentre era in cortile a giocare, vide una rondine che partiva dal suo nido, dove c’erano quattro piccoli e vide, che andò avanti e indietro quattro volte, per far mangiare ognuno dei suoi rondinini. Quindi la rondine li aveva contati bene! Un’altra volta la sua micia ebbe tre micini e quando gironzolavano per il giardino, li voleva vicino tutti e tre. Se uno ritardava lei si fermava ad aspettarlo. Anche lei sapeva il numero esatto dei suoi cuccioli. Sara disse fra sè: “Allora anche gli animali hanno a che fare con i numeri!”

La notte s’addormentò e le apparve in sogno la fata gialla, la fata dei numeri. I suoi capelli erano boccoli fatti a forma di 2,  il suo splendido vestito era cosparso di grandi numeri, i suoi orecchini erano degli 8 d’argento e la sua bacchetta era fatta da tanti zeri, uno attaccato all’altro. La fata gialla le parlò: “Sara, impara a contare e a calcolare, io  adesso ti faccio una magia e la matematica ti farò amare.” Prese la bacchetta, l’agitò e da questa scese polvere di stelle che fece illuminare Sara. Quando si svegliò, pensò alla micia, alla rondinella, alla fata ed andò a scuola senza paura della matematica, senza odio per i numeri. Sara aveva capito, che la matematica è parte della vita di tutti.

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DUE FURBI PASTORI TEDESCHI

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La signora Vantotti e la signora Vanitoselli portavano a spasso, con tanto di guinzaglio brillante, i loro due splendidi pastori tedeschi : Titti e Pissi. Quando i due cani si incontravano ed avevano un attimo per parlarsi si dicevano: “Ma che razza di nomi ci hanno dato? Io me ne vergogno. Non siamo due volpini o due barboncini, siamo due bei prestanti pastori tedeschi!” E si guardavano con rassegnazione.

Credetemi, erano veramente due cani stupendi, con le zampone forti ed il pelo lucido, marrone e nero e si assomigliavano tantissimo, tanto che era difficile distinguerli. Quel sabato mattina, le due signore padrone si agghindarono di tutto punto, con abiti all’ultimo grido, gioielli e profumi  costosi e ciascuna portò a spasso il proprio cagnolone, lungo il viale che conduce alla biblioteca.

Quando si incontrarono si fermarono a fare quattro chiacchiere. “Oh! Buongiorno signora Vantotti.” “Buongiorno a lei signora Vanitoselli.”

“La vedo particolarmente elegante oggi.”

“ Sì? Grazie! Sa compro i miei abiti a Milano, in via Montenapoleone: c’è un negozietto che è una vera chicca!”

“Sa? Io mi servo invece in una boutique in via Della Spiga. Prezzi alti, certo, ma abiti unici!”

“ Ed il suo bel Pissi, come sta oggi?”

“Oh! Sta d’incanto! Le piace il guinzaglio che gli ho appena comprato, è tutto tempestato di swarovski!”

Di rimando , la signora Vantotti: “Ma guardi che combinazione! Anch’io ho comprato, per il mio Titti un guinzaglio nuovo e mio marito gli ha fatto incastonare un brillante vero!”

“Sa il mio Pissi viene or ora da Stradella, l’ho portato nel salone di bellezza per animali: lo hanno lavato, asciugato e profumato con un’essenza di Giorgio Armani.”

“Ma che combinazione, anch’io ieri ho portato Titti al salone di bellezza, ma io preferisco arrivare fino a Voghera. Si spende, certo si spende, ma quando esce è splendido e profumato con un’essenza di Cartier.”

“Signora Vantotti, adesso devo proprio scappare, devo recarmi all’Esselunga a comprare il filetto per Pissi, sa glielo cucino alla griglia con le verdure al vapore, per non appesantirlo.”

“Anch’io” fece la signora Vanitoselli “ Nutro il mio Titti con filetto e verdure grigliate, ma non vado certo all’Esselunga, ma dal mio macellaio e dal mio fruttivendolo di fiducia!”

A quel punto, i due pastori tedeschi si guardarono dritti negli occhi e con uno sguardo si dissero tutto e si diedero coraggio: “Uno, due , tre!”

Strattonarono con forza i due guinzagli di brillanti e se ne liberarono e cominciarono a correre, a correre, a correre, lasciando le due graziose signore disperate e a gambe all’aria. Titti e Pissi non si sono più visti con le loro simpatiche padroncine, lungo il viale della scuola. Probabilmente vivono felici insieme dall’altra parte della terra, con due bei nomi forti, degni della loro mole.

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IL PALLONE

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C’era una volta un pallone bianco e nero in un campo da calcio. Venne dato dall’arbitro il fischio d’inizio ed incominciò la partita. Il pallone Achille, cominciò ad essere preso a calci dai giocatori di una squadra e dell’altra: calci forti, veementi. “Ma che fanno questi? Con chi credono di avere a che fare? Ma non sanno quanto fanno male le pedate? E poi, io cosa c’entro con loro?” Il gioco delle pallonate andò avanti qualche minuto, finchè Achille, stufo ed arcistufo di farsi far del male, decise, con tutta la forza che aveva dentro, di impiantarsi nel terreno, di incollarsi a terra e di non muoversi più. I giocatori prendevano la rincorsa, calciavano con vigore, ma Achille non si muoveva di un millimetro, sembrava fosse di piombo. Chiamarono persino il medico dei palloni, per  visitarlo, ma il luminare  verificò che era sano come un pesce e non riuscì a capire, con tutta la sua scienza, che Achille era stufo di farsi prendere a pedate. Per risolvere la situazione venne lanciato in campo un altro pallone: Pericle, ed il giocò finalmente continuò, ma ad Achille non andava giù che un suo fratello fosse preso a calci come avevano fatto con lui, così escogitò un bello scherzetto: si mise anche lui a rotolare veloce per tutto il campo. Un giocatore metteva il pallone Pericle in una rete ed Achille si infilava come un lampo nella rete avversaria. Roteava sul campo come impazzito e confondeva tutti i giocatori, che decisero di sospendere la partita, perchè non ci capivano più nulla.

Chi aveva vinto? Achille, naturalmente.