Lo scrigno e lo specchio
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maggio 2012

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Favole

UN BAMBINO CHE CORRE

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Teddy era un bambino strano. Non faceva i giochi a cui si dedicavano gli altri bimbi, non si metteva davanti al computer, non giocava con i Lego. A lui piaceva arrampicarsi sulle piante e costruire rifugi fra i rami, a lui piaceva cercare strani fiori e scoprire i loro nomi. A lui piaceva visitare rocche e castelli. E poi gli piaceva correre, correre, correre….A scuola era preso di mira dai compagni più grandi e più smargiassi. Gli davano spintoni, lo scherzavano, lo provocavano. Lui non si difendeva. Aveva imparato a scappare, a correre lontano. Ed un giorno si mise a correre e non si fermava più. Percorse Paesi e Città e c’era chi lo seguiva, perchè pensava corresse verso qualcosa di meraviglioso. Attraversò torrenti, ponti, ferrovie e non si fermava, sempre col sorriso sulle labbra. Intanto la schiera di seguaci aumentava.

“Se corre, avrà trovato l’oro!”

“Se corre ci sarà una gran festa da qualche parte!”

“Se corre ci sarà un premio da vincere!”

“Se corre, qualcosa da vedere ci sarà pure!”

Ma lui correva e basta, correva per divertirsi, senza un motivo, senza meta. Quando alla fine fu molto stanco si fermò e disse: “Abbiamo fatto una lunga corsa insieme. Non c’era nulla da vincere o da trovare. Però adesso siamo tanti e siamo diventati amici”

E tutti furono contenti, solo per la gioia di stare insieme.

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UN PIGIAMA PER TUTTI

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Era un pigiama versatile. Era stato acquistato al mercato , di taglia 42. La giacchetta era grigia, con dei disegnini simpatici tutti colorati ed i pantaloni semplici semplici, tutti grigi, con un bordino bianco in fondo. Lo aveva acquistato Vittoria, per sè. Le stava davvero bene e la teneva al calduccio. La cosa strana è che si poteva indossare anche d’estate e teneva freschissimo. Una volta era arrivò da Vittoria un’amica, che avrebbe dormito da lei. Vittoria era mingherlina, ma la sua amica Chiara  era cicciottella. Vittoria le prestò il suo pigiama grigio ed a Chiara stava a pennello. Non le andava stretto, anzi le era comodissimo. Insomma, era un pigiama adattabile, non aveva la puzza sotto il naso, non pretendeva di essere indossato solo dalla sua padroncina. E quel giorno che la mamma, presa dalla mania della pulizia, aveva lavò tutti i pigiami del papà? Papà era senza pigiama! Margherita gli diede il suo, fra le risate di tutti. Ma il pigiama grigio si allungò, si allargò, insomma, divenne giusto giusto, per la corporatura robusta del babbo. Vittoria aveva anche un nipotino piccino, Matteo, di due anni. Una notte restò a dormire da lei, perchè i suoi genitori andarono al cinema e Vittoria, che ormai aveva capito, gli infilò il pigiama grigio, che divenne piccolo piccolo, giusto giusto per il bimbo, che dimenava braccia e gambe felicissimo.

Una notte, da Vittoria dormì la nonna, una bella donna, alta ed un po’ robusta ed il pigiama, come per incanto, divenne giusto giusto per lei. Insomma, era un pigiama , che stava bene con chiunque, grasso, magro, grande e piccolo che fosse. Era proprio un pigiama versatile.

Adesso prova a pensare anche tu, se come il pigiama, ti sai adattare a diverse situazioni oppure tante cose ti infastidiscono.

Certo che essere come il pigiama è una gran fortuna: stare bene con chiunque, senza mai innervosirsi!

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IL BIDONE ASPIRATUTTO

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La mamma di Linda, per il suo compleanno, si è comprata un bidone aspiratutto super. Non è un bidone normale, ma è come se fossero due: credo gliel’abbiano fatto apposta per lei, che è una patita della pulizia. Continua tutto il giorno ad aspirare, lucidare, detergere, disinfettare, sistemare la casa. Non si concede un attimo di tregua, perchè la sua abitazione deve essere la più pulita del paese: non un granello di polvere, non una macchiolina, non il minimo filo per terra. Tutti i giorni pulizia da cima a fondo, con i prodotti più detergenti e più costosi, che esistano sul mercato. Il pavimento è così pulito, che ci puoi mangiare la pasta al ragù, il lavello è talmente candido che ci puoi mangiare la mousse al cioccolato, i vetri sono così tersi che sembrano invisibili. Tutto è sterile, asettico, tutto è perfettamente pulito.

Ma non bastava tutto questo alla mamma di Linda, lei si è comprata un bidone aspiratutto con una potenza supersonica: aspira tutto ciò che trova sulla sua strada: piante, centrini, soprammobili, fogli, giocattoli, bicchieri, pentole.

E’ vero, che porta via tutto, ma meno roba c’è in casa, meno polvere si deposita. E’ al settimo cielo: sì, l’aspiratutto é un po’ troppo potente, è vero che risucchia tutto, ma lei è felice così. Linda non sa più dove nascondere i suoi giochi, le sue bambole, le sue figurine, i suoi quaderni. Sono sempre sul punto di essere aspirati. Finchè un giorno non ne potè più ed urlò nel baccano dell’aspiratutto: “Mamma, perchè non giochi un pochino con me?”

Le parole di Linda sono state per la mamma una doccia fredda. Si è resa conto, che per avere la casa incontaminata, si è dimenticata di sua figlia, di parlare con lei, di uscire con lei, di rotolarsi nell’erba con lei, anche sporcandosi tutta! Da quel giorno il bidone aspiratutto è sparito e se passi davanti alla casa di Linda la vedi spesso giocare con la mamma o passeggiare lungo il vecchio viale.

La casa certamente è meno sterile, ma Linda e la mamma sono molto più felici.

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FIOCCHI DI NEVE

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Scendono i fiocchi bianchi, in una danza leggiadra. Le loro forme sono splendide, come fossero disegnate da un grande artista. Cadono leggeri, senza fare il benchè minimo rumore e fra di loro si parlano. “Ti ricordi, quando eravamo stretti stretti nella nuvola bianca? Ci davamo fastidio l’un l’altro e non vedevamo l’ora di scendere dal cielo. Guarda guarda, quel fiocco più cicciotto, era quello che spingeva di più. Invece tu sei mingherlino e scendi pianissimo, delicatissimo: tu certo non disturbavi nessuno. Adesso siamo tutti in discesa e danziamo questo ballo leggiadro e bianchissimo, fatto tutto di noi palline bianche. Dalla terra tutti ci guardano, perchè diamo un senso di pace. Siamo comunque la gioia più grande per i bambini. Per loro siamo davvero un gran bel regalo! Stanno col nasino appiccicato ai vetri ed immaginano un mondo soffice e candido. Non vedono l’ora di uscire, per sentirci sul loro viso, sulle loro manine. Loro ammirano il nostro dolce danzare. Guarda quel bimbo, sta già uscendo col bob a scivolare e con lui ci sono i suoi amici. Noi fiocchi bianchi creiamo una coltre bianca, che aumenta, aumenta, fino a creare un soffice tappeto. Copriamo ogni cosa di bianco. “Ehi! Fioccone, fatti più in là, lasciami almeno lo spazio per scendere e per posarmi” “Sei tu, che occupi il mio spazio, e poi non litighiamo, basta fare una roteatina nell’aria e c’è posto per tutti, proprio per tutti!” Evviva i fiocchi danzanti, evviva la magia della neve candida…..

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GERALDINA CAMBIA VITA

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Geraldina si sentiva brutta e grassa. Non amava se stessa, anzi si detestava. Si guardava allo specchio e si spaventava: “Guarda che faccione, sembro una Luna piena, guarda che pancia, sembra un’anguria, guarda che gambe, sembrano due prosciutti!” Insomma, lei non voleva essere così. Faceva diete con le quali non diminuiva un etto, si spalmava creme, che non la facevano scendere di un grammo. Insomma, non c’era niente da fare. Pensò di andare alla ricerca di specchi magici, che la facessero sembrare, almeno per un momento, longilinea e slanciata. Andò all’Esselunga, ma non ne trovò, andò all’Iper, ma niente, andò al Pellicano e non ce n’erano, da Rodeschini, ma di specchi magici neppure l’ombra. Finalmente un giorno, capitò in un vecchio mercatino dell’usato e trovò ciò che voleva: in quello specchio, la sua immagine era snella, il suo volto ovale, le sue gambe lunghe e slanciate. Lo comprò e se lo portò a casa e continuava a specchiarsi e a sentirsi una star, ma quando, per caso si guardava in un altro specchio, si vedeva grassa e grossa come prima. Si convinse, che non c’era nulla da fare, lei sarebbe rimasta com’era.

Decise allora di cambiare vita e di non interessarsi più del suo aspetto. Cominciò a studiare medicina: imparò le cure per guarire i malati, tante nuove e prodigiose cure ed indirizzò tutte le sue energie, verso chi aveva bisogno di lei. I malati la vedevano bella, proprio come lo specchio fatato e le volevano un gran bene. Si maritò con un altro medico, che lavorava con la sua stessa passione ed a lui Geraldina pareva la donna più bella del mondo. Insieme continuarono a guarire, con il sorriso sulle labbra e con le capacità imparate con lo studio, la gente che aveva bisogno di loro. Sì, Geraldina adesso era veramente bellissima!

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UN GHIRO CHE DORME

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Tu sai, che tanti animali, che in inverno non potrebbero sopportare il freddo ed il gelo, se ne vanno in letargo e ritornano a farsi vedere in primavera, quando l’aria si riscalda.

Prendiamo, ad esempio, il simpatico e cicciottello ghiro. In autunno, si prepara la sua tana sotto terra: un appartamentino caldo caldo, per lui e la sua famigliola. Riempie la credenza di noci, nocciole, ghiande ed altri frutti secchi, per non dover uscire a cercare cibo, durante l’inverno. Brrrrrrrr che freddo ragazzi!

Nella sua casetta, ci sono eleganti tappeti, fatti di foglie secche tenute unite con la resina collosa dei pini, tappeti che scaldano la terra fredda. I mobili sono fatti di rami intrecciati con maestria e come gingilli, la signora Ghira, dispone sui mobili, dei gusci di noci vuoti.

L’appartamentino è decisamente accogliente. Se saliamo al piano superiore, troviamo la camera da letto. C’è un bel lettone per babbo e mamma ed un letto a castello, per i ghiretti. Dormono tantissimo. Se qualcuno russa troppo forte e fa svegliare tutta la famiglia, allora si ritrovano magari in cucina a mangiucchiare e a fare quattro chiacchiere. Il papà, responsabile della famigliola, a volte prende l’ascensore, per arrivare fino all’esterno e mette fuori il musetto, per vedere se c’è neve, se fa tanto freddo, se manca molto alla fine dell’inverno. Poi ritorna in casa e racconta ciò che ha visto e sentito e, se è il caso, si rimettono tutti cuffie, sciarpe, guantini e pigiamini e se ne tornano alle loro russatine nella cameretta. Insomma, durante il letargo, fanno una vita da pascià. Mangiano, dormono e stanno uniti. Se non fa molto freddo, trovano il tempo anche per qualche partitina a carte, si tolgono i guantini e giocano a rubamazzetto. Quando sentono che l’aria si sta scaldando e quando papà ghiro dà il permesso, tornano tutti a vivere all’aperto, felici perchè liberi, ma con più fatica sulle spalle.

Non so se sia proprio questa la vita del ghiro in letargo, ma io l’immagino così. E tu, come immagini il letargo della talpa? Usa la fantasia ed inventa anche tu una piccola fiaba.

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IL FIORE PIU’ BELLO

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La fata Rosaspina viveva in un bellissimo castello, costruito sul crinale di un monte. Il suo maniero era fantastico: guglie, torri, ponti levatoi ed alle finestre tende leggerissime dai colori pastello che svolazzavano sempre al vento. Tu ammiravi il castello e vedevi quei teli dai meravigliosi colori che ti incantavano. Le torri erano sempre un po’ nascoste da un velo di nebbia sottilissimo . Insomma, la bellezza di quel luogo ti faceva intendere subito, che era abitato da una fata. Il giardino intorno al castello era splendido. C’erano fiori preziosi: rose, ibischi, orchidee particolarissime, oleandri, serenelle, cespugli di rosa canina, insomma il giardino era una miriade di colori e di profumi.

Rosaspina un giorno, che era un po’ annoiata e non aveva voglia di fare degli strani incantesimi, decise di invitare tutte le fate dei dintorni e di far scegliere loro quale fosse il fiore più bello del suo giardino. Arrivo’ la fata Turchina, la fata Neretta, la fata Rosetta, la fata Melissa e tante altre, tutte bellissime e vestite di tulle, con i capelli lunghi in cui avevano intrecciato, per l’occasione ghirlande di fiori,

Rosaspina aveva preparato il giardino, per riceverle: sedie di vimini ricoperte da bianchi e soffici cuscini, tavolini con tovaglie di pizzi verde chiaro, ed un rinfresco di leccornie: torte alla panna, pasticcini al cioccolato, biscotti al burro, cioccolatini dai mille gusti, insomma una preparazione da fata. Dopo i soliti convenevoli ed i saluti di rito, Rosaspina spiegò che voleva che elegessereo il fiore più bello del suo giardino, che girava tutto intorno al castello. Prima le fate si rifocillarono poi, con i loro abiti svolazzanti ed intarsiati di fili d’oro, incominciarono a passeggiare per il giardino e ad osservare fiore dopo fiore. Nessuna di loro aveva un giardino paragonabile a quello di Rosaspina, quindi guardavano meravigliate le rose dai mille colori, le orchidee, insomma tutti i fiori più colorati. Ce n’era uno più bello dell’altro. Terminato il giro si riunirono in salotto e si misero a discutere…Il fiore più bello, secondo loro, non era un fiore appariscente, ma si perdeva in mezzo agli altri: era un cepuglietto di foglioline piccole e sottili, quasi insignificante, che passava inosservato. Ma le fate vedono ogni cosa e sono sensibili, molto sensibili. Elessero come fiore più bello l’erba di menta, con dei fiorellini piccolissimi bianchi.

Si’ la menta sembra insignificante, ma se tu tocchi una fogliolina e la schicci delicatamente, senti un profumo intenso , sì come quella delle caramelle che sgranocchi a scuola. Rosaspina ne fu felice: le sue amiche avevano scoperto la bellezza nella delicatezza.

Alla fine fecero un girotondo con i loro abiti che volavano fino alla Luna. Si salutarono con tanti abbracci e baci e si diedero appuntamento a casa della fata Melissa, che avrebbe invitato tutte per trovare il profumo piu’ delicato, perchè lei , con le sue magie creava profumi.

Cerca anche tu nel tuo giardino il fiore più bello e ricorda di osservarli tutti: magari il fiore più bello potrebbe essere il più piccino.

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LA CAMPANELLA DELLA SCUOLA

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La campanella di quella scuola era davvero magica. Era vecchissima, fatta di ottone lucido lucido. Il bidello Pietro, la lucidava tutte le settimane, con un prodotto super, che solo lui conosceva. Era programmata, per suonare da sola, ogni ora, per avvisare la maestra dell’eventuale cambiamento di classe o di materia. I ragazzi, appena potevano, andavano ad ammirarla curiosi, perchè ormai conoscevano il suo potere. Al mattino presto, quando arrivavano a scuola assonnati, con gli ultimi sbadigli sulla bocca, lei suonava dieci minuti dopo, in modo che nessuno arrivasse in ritardo. Se qualcuno non aveva studiato la lezione di storia e di geografia ed era alla cattedra, per essere interrogato, lei si metteva a scampanellare e la maestra doveva uscire, per recarsi in un’altra classe: il brutto voto era scongiurato. Quando giungeva l’ora di tornare a casa, la campanella suonava dieci minuti prima, così tutti potevano raggiungere il pullmino con calma, senza resse e relative sgridate. Insomma, ormai tutti avevano capito, che la campanella stava dalla parte dei ragazzi.

Gli scolari, un pomeriggio d’inverno, in cui era scesa tanta neve, si recarono nel cortile della scuola ed invece di costruire il solito pupazzo, fecero un monumento alla cara campanella, che ebbe il suo momento di gloria e di gratitudine.

Ma, anche se il sole ha ormai sciolto il monumento alla campanella, in quella scuola, continuano tutti a guardarla con rispetto. Anche le maestre.

Adesso dimmi la verità! Ti piacerebbe , che nella tua scuola, ci fosse una campanella simpatica come quella? E se ci fosse, in quale modo la ringrazieresti? Adesso, se vuoi, prova a disegnare la campanella un po’ magica, che tutti gli scolari vorrebbero avere in corridoio. Da’ sfogo alla tua creatività.

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IL LUPO MANGIAFRUTTA

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C’era una volta un lupo, che viveva in un bosco, sulle montagne. Era robusto, forzuto e con gli occhi gialli. Sapeva che in tutte le favole, lui faceva la parte del cattivo: in “CAPPUCCETTO ROSSO”, gli avevano fatto mangiare la nonna, nel “IL LUPO E L’AGNELLO”, con prepotenza gli avevano fatto divorare il povero agnellino. Insomma, fra gli uomini e fra i bambini non aveva una bella fama. I cacciatori erano subito pronti ad ucciderlo, non appena si fosse avvicinato al paese.Questa nomea di lupo cattivo non gli andava giù e diceva, abbaiando alla Luna: “Madre Natura mi ha fatto così, perchè tutti mi fanno passare da carnefice, da lupo feroce? Io vorrei che gli uomini cambiassero opinione su di me: non andrò più a caccia di agnelli, voglio diventare un lupo vegetariano, sono certo che mi abituerò e mi farà bene anche alla linea, visto che mi sto appesantendo troppo.” Allora da lupo feroce divenne lupo mangiafrutta: d’inverno si accontentava di rosicchiare pigne e di mangiare qualche caco e diventava magro magro, ma in estate si rifaceva.. Aspettava che maturassero le ciliegie e se ne faceva una gran scorpacciata. Quando le pesche erano mature “Gnam gnam”, si riempiva la pancia di quei bei frutti vellutati, succosi e dolci. Poi aspettava il tempo delle mele e delle pere. Così si saziava senza essere tacciato come sanguinario.

Un giorno, mentre era riuscito a salire su una pianta di pere non molto alta, ma carica di frutti, si mise a cantare soddisfatto con il suo vocione: “Sono il lupo mangiafrutta, mangio una pera, la mangio tutta, non sono più un lupo cattivo, non datemi del feroce, non c’è motivo trallallero trallallà trallallero trallallà” A questo punto, richiamato da quel canto, arrivò il padrone della pianta di pere, con un grosso fucile tra le mani. “Adesso ti sistemo io, brutto lupo feroce, che mangi tutta la mia frutta!” Cominciò a sparare, in direzione di Mangiafrutta, che scappò velocissimo, come un razzo e rimase fortunatamente illeso. Padron Giovanni non aveva una buona mira, anzi non ne aveva affatto.

Mangiafrutta la notte parlò alla Luna: “Mangiavo gli agnelli e mi davano la caccia, sono diventato vegetariano e mi danno la caccia. Io questi uomini non li capisco proprio!”

 

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IL BALLO DELLE SCOPE

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Avevo tre scope al piano terra, tre scope in giardino e due scope al primo piano. Sono disordinata, ebbene sì, ve lo confesso, ma mi piace tenere la casa ed il giardino puliti, lindi. Una notte, mentre dormivo, sentii degli strani rumori e mi spaventai. Mi alzai guardinga e vidi qualcosa di incredibile: tutte le mie otto scope si stavano facendo la doccia, con il mio bagnoschiuma preferito, al profumo di fiori di ciliegio: avevano scelto bene, le birichine. Non dissi nulla, ma rimasi ferma ad osservare incuriosita: la scopa di saggina, la più robusta, raschiava tutte le altre, per renderle pulite e profumate. “Tic, toc, tac, tum, plic, ploc, tim , tom, pim, tam: si sentiva il rumore dei loro manici di legno che sbattevano l’uno contro l’altro. Quando la doccia terminò, presero il mio salviettone bianco, per asciugarsi ed io zitta! Riuscirono a raggiungere la bottiglietta di profumo che stava sopra l’armadietto e se ne spruzzarono un bel po’, ed io zitta. Ad una ad una, in fila indiana, si avviarono verso la scatola, che conteneva tutti i miei foulards, ognuna se ne prese uno e si agghindò, si arrotolò la sciarpa sul manico e ne lasciò svolazzare una parte. Le sciarpe volavano lievi e le scope, accesa la mia radiosveglia, si misero a danzare su una dolce musica. I foulards roteavano leggiadri, facendo una sarabanda di colori: volavano in alto, si attorcigliavano attorno alle scope e poi si snodavano, come portate dal vento. Lo spettacolo, vi garantisco, era delicato, evanescente. Tutte queste scope, che avevano  “ramazzato” in casa e fuori, si concedevano un ballo, fatto di musica dolce, di sete, di pizzi , di tulle, di colori. Erano diventate eleganti signore, che si divertivano in un un giusto passatempo, dopo tanto lavoro. Rimasi a guardarle esterefatta.

Tu non hai mai visto il ballo delle scope? Se non lo hai mai visto, prova ad immaginarlo, con la tua fantasia e disegnalo, pieno di colori ed eleganza.