Lo scrigno e lo specchio
Monthly Archives

marzo 2012

image_pdfimage_print
Favole

IL CAPPELLO BIRICHINO

 

SALTA DI QUA, SALTA DI LA’, IL CAPPELLO BIRICHINO SI SISTEMERA’….”

 

Era un cappello di lana blu, era caldo caldo, in bella mostra nella vetrina della cappelleria Rossi. Copriva bene le orecchie e se lo tiravi un pochino, sarebbe sceso a scaldare anche il collo. Insomma, era un cappello , che avrebbe riparato chiunque dal gelo più gelo che ci potesse essere. Era bello, caldo ed avvolgente.

135.ipg

 

Ben presto un signore si fermò a guardarlo: il preside della scuola del Paese.

Entrò in negozio e chiese alla signora Priscilla, che intendeva provare quel copricapo, proprio quello lì: sarebbe stato l’ideale per la sua rotonda testa fredda e rapata. Ma, nell’istante stesso che provò ad infilarselo in capo, il cappello sgusciò lontano ed andò a mettersi di nuovo, comodo comodissimo in vetrina.

Entrò l’assessore alle finanze: quel cappello avrebbe reso caldo caldo il suo capino.Ma..appena se lo provò, il cappello volò via, dritto dritto in vetrina.

“Ma che sta succedendo? Un cappello maleducato, che si rifiuta di stare sul mio importante capo? Ma che razza di negozio è mai questo? Lo farò chiudere in men che non si dica!”

Entrò il megadirettore  della banca. “Vorrei quel cappello blu in vetrina, me lo faccia provare subito!  ” Priscilla ormai porgeva il cappello con le mani tremanti, timorosa delle birichinate che quel copricapo avrebbe potuto combinare. Ed ecco, che  mentre il direttore della banca stava provando il cappello blu, esso sgusciò di nuovo al suo posto, indispettito più che mai, dopo aver svolazzato, arrabbiato per il negozio.

Entrò l’imprenditore più importante della città. “ Signora Priscilla, voglio quel cappello di lana blu, costi quel che costi!” Eh!..Sembrava così semplice consegnargli il cappello e farselo pagare profumatamente, ma la signora Priscilla ormai era sulle spine..chissà se stavolta quel cappello sarebbe rimasto calmo su quella testa? La signora  si avvicinò timidamente alla vetrina, prese con estrema cura il cappello e, senza farsene accorgere, se lo portò vicino alle labbra e gli sussurrò:” Adesso basta, stop, finiscila di farmi fare figuracce. Infilati su quella testa e fa’ il cappello serio e non il farfallino bizzarro!”

L’imprenditore impettito si provò il cappello, che rimase sulla sua testa un decimo di secondo e poi schizzò via, proprio come un lampo e si accomodò di nuovo in vetrina.

Priscilla era ormai decisa a riporlo nella sua scatola, per inviarlo alla casa di produzione come  ”RESO DIFETTOSO” , ma in quel momento entrò, nel negozio Camillo. Era il figlio del bidello ed aveva a disposizione, per giocarci, il cortile grande della scuola. Oggi era caduta tanta neve e lui voleva fare un fantoccio tutto bianco, con una carota per naso ed una fila di bottoni rossi al posto della bocca. Voleva che l’omino di neve diventasse alto quanto il pullmino della scuola, così, domani, al loro arrivo, gli scolari avrebbero esclamato un lungo “Oh!!!!!” di meraviglia. Ma faceva un gran freddo e la sua testolina aveva bisogno di un cappello che la riparasse.

Disse a Priscilla: “ Gentile signora, potrei provare quel cappello blu, che sta in vetrina? Se non costa troppo, potrei acquistarlo.”

Priscilla, ormai senza speranze, porse il bizzarro copricapo a Camillo, che se lo mise in testa. La sua testolina, ora stava proprio al caldo e Priscilla restò a bocca aperta: il cappello non si mosse e restò lì, quieto quieto, sulla testa di Camillo.

“Quanto costa, signora?” Priscilla guardò bene il cartellino appuntato sulla lana blu e lesse “GRATIS, OMAGGIO DELLA DITTA”

Lo disse a Camillo: il cappello era un regalo ed al bambino non parve vero di uscire con quel bel caldo in testa, senza aver pagato un soldino.

“Grazie, signora Priscilla, le porterò un dolcetto di quelli speciali, che cucina la mamma”

Camillo corse a preparare il più grande pupazzo di neve che si fosse mai visto.

 

Favole

LE LUCCIOLE IN GIARDINO

“Lucciola, lucciola vien da me, che ti dò il pan del re, il pan del re e della regina, lucciola lucciola stammi vicina”

 

Lucciole.ipg

 

 

 

Era una sera d’estate, una di quelle sere, che ti portano a star fuori a guardare le stelle, che ti  portano a stare col naso rivolto al cielo , per scoprirne il buio e la luce; era una di quelle sere, che ti fanno essere felice di vivere sulla Terra.

Tommaso era lì, in cortile e scoprì, per la prima volta, l’angolo delle lucciole: erano splendide: se una si spegneva, subito l’altra si accendeva, e poi se ne accendeva un’altra ancora e ancora e ancora..Il buio del cortile era delicatamente illuminato da quello spettacolo gioioso e magico.

Non le aveva mai viste ed i suoi occhi erano incantati, davanti a quelle lucine, che sembrava volessero parlargli. Mentre era seduto, più stupito che mai, gli venne un’idea, che gli parve splendida. Sarebbe arrivato l’autunno e poi l’inverno, con il Natale. Come sarebbero state meravigliose quelle lucine, sull’albero del giardino! Poi i suoi genitori non avrebbero speso un soldino, per comprare i fili illuminati. Bastava posizionare le lucciole sul pino e la festa sarebbe stata già fatta.

Chissà che faville si sarebbero viste dalle finestre!  Chissà che delicatezza quelle luci e che originalità!

Così, prese un barattolo, con un coperchio che si chiudeva ben stretto e , delicatamente, con le manine, si mise a raccogliere lucciole . Ad un certo punto udì un vocione , che lo spaventò “Ehi, tu! Ma che stai facendo?”

“ Sto raccogliendo le lucine di Natale, per far risparmiare i soldini a mamma e papà.” rispose timido timido.

“ Ma tu sei pazzo!” continuò il vocione cavernoso.

Dovete sapere, che le lucciole, così piccine come sono, quando parlano, hanno un vocione da orco!

“Tu non sai che noi siamo vive? Siamo la famiglia delle lucciole. Voliamo, viviamo, facciamo luce, abbiamo i nostri piccoli a cui insegnare il nostro segreto luminoso. Se ci catturi, per noi è finita e per sempre.”

“ Ma io volevo solo le lucine di Natale..”

“Metti sul tuo albero degli angioletti di cartone, fatti da te, vedrai che staranno benissimo, ma lascia in pace noi lucciole.” Tommaso, un po’ spaventato da quel vocione da orco, un po’ pentito per il suo gesto, liberò subito subito le lucciole, che tornarono zitte zitte a volare e a brillare magiche nel buio di quella sera d’estate.

E, se in una notte buia e calda, illuminata dalle lucciole, sentirai un vocione da orco, non ti spaventare: sono loro, piccine piccine, che stanno dicendo qualcosa a qualcuno.

Favole

L’ABITO VUOTO

“Se resti vuoto, ahimè! Riempi l’abito e qualcuno si accorgerà di te.”

 

 

 

frac.ipg

 

 

Era un elegantissimo abito da uomo: pantaloni e giacca nera e papillon bianco, su camicia candida. Le scarpe erano rosse, ben visibili. Ma..l’abito era vuoto, più vuoto del nulla. Non c’era uomo ad indossarlo, era solo un abito gonfio d’aria, che camminava, con le scarpe rosse per il Paese.

In un primo momento, nessuno ci fece caso, ma ad un certo punto, la signora Prassede, che lo vide dal balcone, si mise ad urlare “Guardate, un abito vuoto! Non lo indossa nessuno e cammina su e giù per la strada! Ma che diavoleria è mai questa?”

Così tutti si misero ad osservarlo.

L’abito vuoto saltellava goffo, correva anche, si sedeva al tavolino del bar, accavallava le gambe vuote e sorseggiava , per finta, un caffè zuccherato al miele di castagno. Non parlava con nessuno. Vuoto com’era, con chi avrebbe potuto parlare?

Cosa avrebbe potuto dire? Saliva anche su e giù dai gradini del pullman, che lo portava a Stradella e tutti lo guardavano incuriositi, perchè non capivano come si potesse muovere.

Era vuoto, come un bicchiere capovolto, come una bottiglia ormai scolata, come un deserto senza oasi. Era vuoto come una pagina bianca, come un portamonete senza soldi, come una borsa senza spesa. Dentro aveva aria, aria, aria e nient’altro.

Ma quel muto abito vuoto, ad un certo punto stufò la gente, che non lo guardò più e si rivolse altrove.

Favole

IL SERPENTE VLADIMIRO

“ Il serpente Vladimiro ha perso il suo fachiro, ma ha trovato Angelina, la sua cara fatina.”

 

 

 

Vladimiro è un serpente lungo cinque metri e come potete immaginare è il terrore di

tutto il Paese. E’marrone chiaro, con grosse macchie marrone serpente-kaascuro.

Striscia sinuoso e si avvicina anche alle case, fra le urla dei poveretti che lo vedono, prima di fuggire a gambe levate.

Vladimiro fa uscire, dalla sua grande bocca, la rossa lingua biforcuta, che fa paura a grandi e a piccini e, convinto di essere un serpente carino, si  chiede perchè tutti scappino alla sua vista.

Vorrebbe diventare piccino piccino, vorrebbe riuscire a nascondersi, sotto un ago di pino, per non importunare alcuno.

Con la sua lingua biforcuta vorrebbe far sorridere i bimbi, che invece si mettono a piangere terrorizzati.

Insomma, Vladi, con i suoi cinque metri, cerca di nascondersi ad ogni sguardo, ma inevitabilmente qualcuno lo vede e si mette ad urlare tanto forte, ma tanto forte , da farlo strisciare sempre più lontano. Ha cambiato tanti Paesi e tante città, in cerca almeno di un amico, ma niente, lui resta sempre solo, perchè incute solo terrore.

Un giorno fortunato, ma molto fortunato, capitò, per caso nel cortile della signora Angelina, una donna simpatica ed allegra, ma con due occhiali spessi cosi’: Angelina ci vedeva proprio poco.

Nell’intravedere Vladi, Angelina non ebbe paura, perchè lo scambiò per una lunga corda, capitata lì per caso. Aveva proprio bisogno di una fune, per stendervi i panni, così si caricò il serpentone sulle spalle e lo annodò da un albero all’altro del giardino.

Vladimiro stette immobile, non gli pareva vero, che qualcuno si interessasse a lui, che qualcuno gli facesse una carezza e quasi non respirava, per paura che l’incantesimo svanisse.

Angelina, mentre stendeva il bucato profumato sul lungo corpo del serpente, si accorse che stava toccando qualcosa di vivo, insomma, sveglia com’era, capì che aveva tra le mani un gran serpente.

Sapete cosa fece? Non si spaventò minimamente, si mise a parlare con Vladimiro, anche se dalla parte della coda, invece che dalla parte della testa.” Se vuoi, se ti fa piacere potrai rimanere nel mio giardino ed io di tanto in tanto ti rinfrescherò col mio bucato.”

A Vladi non parve vero di essersi conquistato un’amica e rimase per sempre nel giardino di Angelina.

C’è sempre e per fortuna qualcuno disposto a scoprire qualcosa di buono, anche dietro sembianze che possono far paura, perchè troppo diverse dalla consuetudine.

 

Favole

I SEMAFORI ROSSI

semaforoPer un giorno intero stiamo a giocare, proviamo a fantasticare”

 

 

 

Quel giorno, a Milano, il traffico era più intenso del solito e tutte le auto andavano di corsa, quando potevano. Gli autobus, i tram viaggiavano spediti, come scivolassero sul ghiaccio: non il tempo di fermarsi un secondo, tutti con la massima fretta, rapidi ed efficenti. Ma, ad un certo punto, accadde una cosa molto strana, cosa mai vista prima: tutti i semafori della città, tutti, ma proprio tutti, nello stesso istante, divennero rossi. Ad ogni semaforo, come per incanto, apparve un vigile impettito, con tanto di fischietto e di librettino per le multe, deciso a far rispettare la regola del semaforo rosso :“Tutti fermi, guai a chi si muove!”

Se qualcuno innescava la prima e tentava timidamente, ma furbescamente di spostarsi, il vigile era pronto a fischiare tanto forte, da farsi sentire in tutta la città.

La gente allora si mise a protestare:“Lei non sa chi sono io! Sono l’uomo più importante di Milano!”

“Io devo muovermi, lei non capisce che devo essere alle otto alla scrivania?”

“Mio figlio dovrebbe già essere in classe, ma che state combinando?”

“Io protesterò col vicesindaco, col sindaco, col ministro, col capo dello stato!”

Niente..I semafori della città restavano rossissimi.

E tutta la gente a vociare, a strombazzare, ad urlare col viso rosso paonazzo.

Ma nessuno aveva il permesso di muoversi.

Ad un certo punto, i bambini, che dovevano recarsi a scuola, scesero quatti quatti dalle auto dei genitori e si misero a correre verso i parchi: giocavano, si dondolavano sulle altalene, si mettevano in fila per salire sullo scivolo e sulle giostrine. Suvvia, un giorno di vacanza non avrebbe certo fatto male a nessuno. Anzi!!!!!!!! Ed i genitori, le lavoratrici, i lavoratori scesero dalle loro auto ed incominciarono a camminare verso i parchi ed intanto chiacchieravano della loro vita, delle loro famiglie, del sole, della pioggia, dell’arrosto e della pasta coi broccoletti. Crearono così una lunga fila, che girava per i parchi. Il sole primaverile cominciava già a scaldare per benino ed effettivamente era bello passeggiare, senza pensare al lavoro, senza pensare a correre, impegnandosi solo nel farsi amici nuovi.

Forse quello, per Milano, per bambini ed adulti fu un giorno bellissimo, fantastico.

Purtroppo, da allora, i semafori non si incepparono mai più e la corsa continua, continua ininterrotta.Ma..Evviva i semafori rossi!!

Favole

UNA CASA COLORATISSIMA

“Sali con me sull’arcobaleno, vedrai, sarà il nostro regno”

 

 

arcobaleno2.ipgEmily abitava nella torre del castello: era la principessa delle Rose, figlia di re Isimboldo. Suo padre non lasciava mai che scendesse i gradini della torre. Lei doveva vivere isolata, chiusa nella sua biblioteca a studiare, ad imparare, ad erudirsi, perchè un giorno sarebbe diventata regina di un reame immenso. La principessina, però, aveva scoperto un piccolo passaggio segreto che portava nel giardinetto di Tommy.

Il giardino di Tommy era semplice: qualche albero sempreverde ed alcuni cespugli di fiori gialli come il sole. C’era anche una piccola panchina di legno, colorata di rosso. Lì Emily si sentiva libera e felice. I due bambini giocavano a nascondino, a rincorrersi ed infine si sedevano sulla panchina, si prendevano per mano e si raccontavano i loro sogni. Così, giorno dopo giorno, per tutta l’estate.

Ma un pomeriggio, Emily fu scoperta dal padre, mentre scendeva i gradini della torre.

Re Isimboldo fece chiudere il passaggio segreto e non permise mai, mai più alla principessina di vedere Tommy.

La principessina soffrì così tanto, che si lasciò morire e la sua casa divenne l’arcobaleno. Ma sapete immaginare chi trovò sull’arcobaleno? Dai, provateci, che è facile, facilissimo! Ritrovò Tommy ed i due si misero a sedere su una striscia colorata, con le  gambe penzoloni nell’azzurro. Si tengono sempre per mano e parlano, parlano, parlano, si fanno compagnia come nel giardino. Sono felici davvero.

Se nelle giornate, dopo un temporale, avete la fortuna di scorgere l’arcobaleno, vedrete anche due puntini lontani lontani: sono Emily e Tommy, per mano, liberi e sorridenti.

Un luogo felice per stare insieme, forse, lo si può sempre trovare.

Favole

LA CASA DI CLARETTA

 

“BASTA UN PO DI FANTASIA E LA CASA SI TRASFORMA……VIA!!!!!”

 

 

   

fatine-da-casa.ipg

Quella casa si trovava in un posto buio e freddo, buio più del buio, nero come la notte più profonda, freddo come il ghiaccio di gennaio, nero come gli abissi del mare.

Nessuno si avvicinava a quel  cortile: non c’era un fiore, non un filo d’erba, non si vedeva mai neppure la più piccola farfalla. In paese  la chiamavano “CASA DELLA SOLITUDINE”

Claretta cercava una casa sua, un suo mondo, dove vivere serena e protetta ed andò ad abitare proprio lì. Lei non ne aveva paura, anzi immaginava come trasformarla, come renderla piena di luce.

Ci arrivò nelle feste di Natale. Comprò le luci colorate e le mise attorno al cancelletto, acquistò i fiori iridescenti e li posizionò sull’albero secco, si munì di lucine intermittenti e le mise sul contorno della porta. Dal buio alla luce, dal silenzio all’armonia. Durante la notte si affacciò alla finestra e vide fili d’argento che s’intrecciavano, fili d’oro che si trascinavano lievi e fiabeschi sul prato, veli colorati che aleggiavano sul selciato. Insomma, vide qualcosa di magico. Sì, il cortile era ora abitato dalle fate della luce, che rendevano splendido il buio.

La voce si sparse ben presto per tutto il Paese e gli abitanti, incuriositi, vennero a vedere. Claretta invitò tutti quanti nel suo cortile e con ognuno parlava, a ciascuno donava un filo d’oro o d’argento.

Il cortile adesso era splendente e la casa luminosa come non mai, fra la meraviglia di tutti.

Claretta con la sua speranza e la sua gioia di vivere, aveva trasformato il buio in luce, le tenebre in fantasia.Proviamo anche noi a dar luce al dolore e forse qualcosa nel nostro cuore cambierà.

Favole

LUIGI VOLEVA VOLARE

 

 

bambina ali“Sono una farfalla o sono un bambino, fantasia, fantasia stammi vicino!”

 

Luigi voleva arrivare in cielo.” Perchè sono costretto a contare i miei passi uno davanti all’altro, su questa misera Terra? Perchè non posso librarmi in cielo come l’aquila ed il falco? Deve esserci un modo, per arrivare lassù e lasciarsi trasportare dalle correnti d’aria, deve esserci un sistema, per arrivare su in alto, sopra la cima del monte!”

Provò a spiccare il più alto salto che le sue gambette gli permettessero, ma papapapatapum, tornava misero sulla Terra. Ando’ in piedi sul tavolo della cucina, spiccò un saltone, ma papapapatapum, tornava giù sul pavimento.

Provò a pedalare a tutta birra, con la sua bici nuova fiammmante, ma rimaneva appiccicato alla strada. Provò a correre in un campo d’erba a perdifiato, ma non si alzava di un millimetro. Quanto si sentiva deluso e limitato! Non poter entrare nelle nubi, non poter librarsi nell’azzurro e dover rimanere sempre giù, attaccato, appiccicato a terra!

Si sentiva pesante come un elefante, come un ippopotamo, come un rinoceronte.

La sera se ne andò a letto deluso, ormai convinto, che mai avrebbe potuto volare e si addormentò con una lacrimuccia. Ed..ecco che si ritrovò nel cielo, dentro lo zucchero filato delle nuvole, dentro gli arabeschi fantastici dei fiocchi di neve e poi più su, vicino al sole, che rendeva il suo sorriso ancora più radioso. Si trovò più in alto della cima del monte, più in alto del nido dell’aquila, più in alto di un aereo. Si sentiva libero e felice come non era mai stato. Si ritrovò in mezzo ai colori dell’arcobaleno ed ogni colore sapeva un gusto diverso, dolce ed accattivante!

Cantava, rideva, si librava nel cielo.

Si alzò al mattino con la frenesia di raccontare tutto alla mamma, al papà, ai fratelli, ma alle sue parole rise tutta la famigliola. Lui non si scoraggiò e si mise a riflettere: “Io sono il bimbo che va a scuola ogni giorno a piedi, con il pesante zaino sulle spalle o sono quello che vola vicino al sole?”

Chissà? Chi di noi lo può dire?

 

Favole

PIOGGIA COLORATA

 

pioggia colorata  “La pioggia cade, ma cade strana.  Che succede in questo giorno della settimana?? 

 

 

 

Era una giornata soleggiata, una di quelle giornate in cui è difficile stare seduti nei banchi di scuola, risolvere problemi o  farsi venire idee da concretizzare in un tema. I bambini della scuola elementare avevano in corpo argento vivo: non riuscivano a concentrarsi, non potevano proprio star seduti ed erano portati a guardare oltre i vetri della finestra, per immaginare il gioco più divertente.

Damiano, ad un tratto, non ce la fece più e, sgranati gli occhi, si mise a gridare: ”Maestra, piovono gocce colorate!”

“Zitto Damiano, continua con attenzione il tuo lavoro!”

“Maestra, ha ragione Damiano, piove colorato! ” ribadì Giorgia.

A questo punto, la maestra innervosita, ma anche un po’ curiosa, si volse verso la finestra e vide, fra i riflessi del sole, piovere delle grosse gocce dai mille colori: gialle, arancio, blu, verdi, azzurre…Era un’incredibile pioggia col sole,” incredibilissima”, perchè era anche colorata. Anche alla maestra venne addosso l’argento vivo, sì , perchè le maestre assomigliano un po’ ai loro scolari. Così, alzatasi in fretta dalla sedia, a voce alta disse:

“Bambini, usciamo, andiamo in cortile a vedere quale miracolo ci riserva il cielo!”

I bimbi..non se lo fecero dire due volte, neanche una, solo mezza! In un attimo furono in fila ed, aperta la porta dell’aula, scesero di corsa le scale, con la maestra in testa. (Le maestre insegnano che le scale si scendono piano piano ed i bambini le scendono puntualmente di corsa, in tutto il mondo..credo.)

Appena furono in cortile, la meraviglia crebbe: i goccioloni cadevano sul viso, sulle mani, sui grembiulini neri, sui colletti bianchi, lasciando scie incredibilmente iridescenti. A Luigi, che guardava il cielo a bocca spalancata, per caso cascò una goccia rossa in bocca.”Maestra, sa di fragola!” “La mia è azzurra e sa di anice.” fece Camilla.

“La mia non è buona, è agra come il limone.”  gridò Simone. “La mia sa di violetta, è dolce!”  disse Sara.

“Questa ha il gusto del miele di castagno!” sbottò Luca.

Era una scena meravigliosa e tutti, maestra compresa, erano felici per quello strano gioco, che aveva riservato loro la mattinata. Margherita, ad un tratto disse:”Io so cosa sta succedendo: questo è il carnevale degli angeli: loro rubano qualche gocciolina colorata all’arcobaleno e ce la regalano, per far festa con noi! Evviva gli angioletti! Evviva gli angioletti!”

Io non so se quello fu davvero il carnevale degli angeli, come aveva pensato Margherita.

Io so che ogni anno lo aspetto, ma non ho mai più visto piovere colorato.

Difficilmente il sogno si fa realtà.

Ma gli occhi dei bimbi sanno vedere davvero il Carnevale degli angeli.